Nota – Ho potuto intervistare Primo Martin grazie alla cortese insistenza
di due operatori dell’Archivio di Stato di Treviso, che all’epoca frequentavo
assiduamente: il figlio di Primo, Luigi Martin e il suo collega Angelo Marsura.
Tutta l’intervista è stata registrata in dialetto veneto
di Treviso nell’abitazione di Martin a Santa Maria della Vittoria (Volpago del Montello) il
26 ottobre 1986. L’audio dei brani qui riportati, sottoposto a editing, è
presente su YouTube con sottotitoli in italiano.
Le due cassette con l‘audio integrale sono conservate
nell’archivio dell’autore, segnate 1986/25ab+1986/26ab. Durata totale 127’52’’.
La famiglia patriarcale di Primo Martin: struttura e organizzazione
Cassetta 1986/25.a –
Audio su YouTube https://youtu.be/rRezQa0GHhI
Otto fratelli
maschi, centoventisette persone, quattro abitazioni, duecento quattordici campi
in "affitto a generi" (misto), un unico paron de casa:
questi i numeri di una grande famiglia contadina patriarcale di Rovarè di San Biagio di Callalta(TV) prima della divisione
avvenuta nel 1921.
Devo raccontarle la storia di quando in famiglia –
ci siamo divisi nel 1921, che prima si mangiava tutti su una
"pignata" – eravamo
centoventisette persone, però con
quattro case. Si era fituài
[fittavoli] del barone Onesti da Paese.
– In che
zona a San Biagio?
Il paese era Rovarè, località Calión [Ca' Lion]. Una casa era a Calión,
un'altra era lungo la Callalta e si chiamava
Faon, un'altra era lo stesso lungo la Callalta, Fatuto, e quella in comune di Breda era di Faón. Si era fittavoli, si pagava l'«affitto a generi»
al barone Onesti di Paese.
– Eravate
tutti della stessa famiglia?
Sì. Il nonno… erano otto fratelli maschi.
– Abitavano in queste quattro case, comunque.
Sì ma all'inizio sono andati su una. Dopo, mano a
mano che "la popolazione" aumentava, per non farli “emigrare”, lo
stesso barone dava un'altra casa con altri quaranta campi di terra. Si avevano
214 campi da lavorare, ultimamente, fino al 1921.
– L'affitto a generi in cosa consisteva?
Per l'affitto a generi si pagava non ricordo
quanti quintali di frumento, ma il bestiame e il granoturco era tutto di
proprietà della famiglia Martin, tutto nostro. Invece erano a mezzadria l’uva e le gaéte [1].
– Le onorànse vi toccava dare, anche, o no?
No, niente onoranze [2]: gli
facevano come regalo i capponi, appositamente, tanto per stare in buon occhio
col fattore.
Tiéza [tèsa, tièda, teda], fienile sopra una stalla tradizionale
della campagna trevigiana. (S. Angelo di TV, 1984)
– Tanti, ne avevate…
Tanti, tanti, perché era l'unico raccolto con cui
potevano prendere “un franco”.
– Assieme al
vino, ha detto; anche del vino prendevate metà.
Anche il vino. Ma il vino veniva venduto meno, perché
c'era tanta "popolazione" che beveva… , perché quando era il periodo
di tagliare frumento il padrone di casa veniva fuori, verso le quattro – quattro
e mezza circa, con la carretta. Sopra aveva un sacco de ciòpe de pan [7], una botticella di vino e in un cesto salami e
formaggio. Ci mettevamo drio un siéson, all'onbrìa [8] a fare marendin
[9].
– Si ricorda
che vino avevate?
Di vino avevamo... c'era poco cabernet. Sennò
quello che si aveva di più era il dolcetto e il raboso.
– Il
dolcetto di che colore era, nero?
Nero, ma tendente al rosatello: non era un vino
tanto duro, diciamo, era più amabile.
– Avevate
vigneti specializzati?
No, no, niente vigneti: tutti filari con i pioppi;
pioppi o sennò òpio [10].
– Anche
pioppi? Le viti erano sostenute da pioppi?
Esatto, pioppi, perché quando era la stagione, prima
che venisse il freddo, gli tagliavano i rami per dare le foglie alle pecore.
– Avevate
anche pecore, allora?
Cosa? È per questo che bisognerebbe iniziare
dall'inizio!
– E non
stiamo cominciando...!
Alle femmine toccava filare el cànevo [11], il lino e la lana, in queste case. E quando avevano finito, in primavera, là... verso
metà quaresima, facevano una festa 'ste femene. E per fare la festa, sa
cosa facevano? Si facevano una gran calièra
[12] di pestarèi.
Sa cosa sono i pestarèi? È farina di
granoturco e latte, con poca acqua: di tre parti, due di latte e una di acqua.
Veniva come una panna.
– E questa era la grande festa?
Quella era la grande festa che facevano le donne
dopo aver finito tutta la filatura!
– La
facevano d'inverno, allora, la filatura?
Cominciavano in agosto, a filare.
Le ho raccontato, quello che facevano in una casa,
ma le case erano quattro, e sulle altre facevano lo stesso. Una volta era là a Calión e dopo a Fatuto
a Furlan [13] e a Faon
era uguale.
(Interviene
il figlio Luigi) - Facevano da mangiare sempre su una casa solo. C'era uno
che andava a fare le spese e c'erano le quattro donne che facevano da mangiare...
– La
gestione era unica, c'era un unico "paron", diciamo.
Unico.
– Chi era il
padrone?
Il padrone si chiamava Bepo, ed era il fratello de me poro nono; erano in otto fratelli,
maschi.
– Perché era
padrone di casa il fratello e non il nonno?
Si vede che era un po' più esperto, o più
vecchio... no, non era mica neanche il più vecchio, era il quarto dei fratelli.
(Figlio) – Era quello che sapeva contar i schei...
Le femmine avevano una stanza grande, più grande
di questa cucina, e là c'erano le scansìe [scaffali]... che, per le lenzuola,
non occorreva che andassero a comprarsele, neppure le camicie o altro. La stoffa la portava a casa "el paron" quando
vedeva che mancava, però la roba veniva fatta tutta in casa, perché sapevano
tagliarsele ... e tutta una cosa così.
"Il mangiare" veniva fatto tutto su una
pignatta a Calión e
dopo le donne delle altre tre case, quando
erano le 11,30, partivano col bigòl [14] e venivano a prendersi il companatico e la
minestra, perché pastasciutta non c'era mai, o rare volte, proprio quando c'era
un battesimo, o qualche sagra... sennò era sempre minestra o minestrone, una
roba così.
– Minestra
con cosa era? / La minestra veniva fatta più che sia con la pasta, che avevano
la macchinetta e se la facevano in casa. E come roba di carne... come roba di
carname era tutta di casa. Formaggio e roba così veniva fatto tutto quanto in
casa, da noi.
– Anche le
vacche ammazzavate?
Una vacca o un toro venivano ammazzati quando
venivano ammazzati
diciassette – diciotto maiali per fare i salami.
Ma questi "porsèi", quello che pesava meno bisognava che fosse di
oltre due quintali
– Così tanti
maiali avevate? Tre quattro maiali per casa, allora?
Esatto, anche sei, su certe case.
– Qualche
specialità vostra da mangiare, quale era? Qualche roba speciale...
Facevano o pollo in umido, o la oca arrosta, o
un'anatra anatra quando era la sera di San Martino, sagre, qualche battesimo,
roba così...
– Perché la sera di San Martino?
Perché la sera di San Martino... i nostri vecchi
dicevano: «trema el grando e anca el picinin»,
perché bisognava pagare l'affitto.
Ma non solo noialtri della nostra famiglia: la
tradizione era! Tutti facevano una grande festa, tutto il Basso Piave... La sera
di San Martino era una sera eccezionale! [15]
Le viti maritate ad aceri campestri e gelsi
Nella
campagna della famiglia Martin, il sostegno delle viti – disposte in lunghi
filari – era fornito da
alberi, soprattutto òpi (aceri campestri) e morèri (gelsi), con i tralci sostenuti da filo di
ferro.
– Su questi
òpi e su questi pioppi, le viti erano
"tenute su" con i ferri o si arrampicavano sull'albero?
No, no, coi ferri.
– Ah, aveva
già i ferri... perché ho letto che nel
secolo scorso [16] i filari erano senza ferri.
No, noialtri no, noialtri avevamo il filo di
ferro. Ogni cinque metri c'erano quattro viti [“maritate” a] un òpio e formavano due filari vicini,
avranno avuto neanche un metro di distanza.
E dopo... su questi ferri delle viti si mettevano delle bacchette di òpio perché vi si potessero arrampicare i tralci nuovi
che venivano su.
– Ma allora,
i gelsi dove li avevate, per tutti quei bachi da seta?
Su certi filari c'erano i gelsi, non solo òpio. Di òpio ci saranno stati – in tutta quanta la terra – dieci filari,
sennò cinquanta saranno stati con i gelsi.
– In mezzo,
fra un filare e l'altro di viti, avevate cereali, cioè frumento e granoturco ...
Da una “pianta” all'altra [17], la chiamavamo noi, in mezzo al campo ci sarà stata una distanza di quaranta
metri... Perché, questo è il filare delle viti, ma non si veniva ad arare
proprio vicino al filare, gli si lasciava un metro parte per parte, di prato.
– E quanto
erano lunghi, questi filari?
Quasi un chilometro di strada.
Si aveva la ópièra,
un volta la chiamavamo, dove si tenevano i gelsi apposta per sostituire un
gelso quando era vecchio, e si andava
a piantare quello giovane.
– Come si
chiamava?
La ópièra
... sarebbe dove c'erano questi vivai di òpi
e di morèri, la si chiamava ópièra e anche oggi la chiamano così.
– Su un
pezzetto di terra, allora?
Sì, un tochéto,
poco più... come due orti, diciamo.
– Per fare
gli incalmi [18]?
Sì, perché dopo bisognava incalmarli. – Guarda “dove mi ha portato”! [di cosa mi fa parlare!] –
Il gelso
aveva il maschio che si seminava e si tiravano fuori le semenze che si seminavano e
poi si piantavano le piantine. Non andavano mica a comprare, neanche le viti.
Se le facevano loro con i radi [19].
– Li
seminavano come, allora? dalla mora?
Dalla mora. Nelle more ci sono quei granelli
là... venivano asciugate e dopo venivano
destregolae [20] .
– Le
mettevano ad asciugare al sole?
Esatto, esatto.
– Facevano
le semenze, insomma.
Venivano fuori... e servivano per fare queste “piantagioni” [21].
Coltivazione di canapa, lino e produzione di lana per l’autoconsumo
Cassetta 1986/25.a –
https://youtu.be/bM6E0dtKqbQ
Le donne
cominciavano a filare in agosto, e
d'inverno avevano sempre da filare. Finita la filatura veniva el
tessier [22]. Con la
lana, la canapa e il lino più grezzo facevano una tela per le braghesse [23] di “mezzalana”, così dura che se gli si
tirava una schioppettata non passavano neanche i pallini.
– Veniva
questo tessitore apposta... era del paese?
No, veniva da Candelù ... e andava per le
case.
– E quanto
stava a far questi lavori?
Stava in casa anche una settimana.
– Dove
dormiva?
Si aveva delle camere… dormiva e mangiava là.
Poi con il "civanzo", con lo scarto della lana e della canapa,
quando il tessitore aveva finito, che aveva scartato la roba che
non gli serviva, chiamavano quello
che faceva le corde.
Avevamo un prato lungo ... e lui faceva tutte
le corde, di vari tipi: quelle per mettere i
muserioi alle vacche, sa cosa sono
i museriòi ? [24] … quelle per fare le cavezze per accompagnarle e
le corde per legare i carri; faceva tre tipi di corde.
Aveva una manovella che girava e progressivamente
allungava questi fili.
Noi lo
chiamavamo el corder.
– Per fare questi tre tipi di corde aveva un attrezzo
particolare?
– Come si
chiamava l'attrezzo?
Lo chiamavano el
cavaƚeto del corder.
Io – quando mia mamma, poverina, era stanca di
spingere il piede – mi sedevo là vicino prima di andare a dormire, quando
si era in stalla, dove si andava a fare filò, e con la mano l'aiutavo.
– Il lino,
dove lo seminavate e quando lo seminavate?
Il lino
veniva seminato verso la fine di maggio quando si rincalzava il granoturco: su una striscia
seminavano a spaglio la semenza di lino. Veniva raccolto in settembre e ne
veniva fuori, quando era asciutto e secco, un quintale, un quintale e mezzo di roba.
– Quanto
ne mettevate in tutta la campagna?
Un quarto di campo di lino e un quarto di campo di
canapa; si metteva proprio una striscia apposta, un quadro, e veniva
cambiato il posto [in cui si seminava].
– Quando
veniva seminata la canapa?
La
canapa veniva seminata come il granoturco, in aprile, e raccolta
verso la fine di giugno: veniva matura prima.
– Si vede
scritto a volte in archivio "casa con orto e canevàl", nelle carte del 1700.
– Dov'era il
posto in cui la facevano marcire, vicino alla casa?
– Quanto
distante, allora?
A cinquanta sessanta metri. C'erano fossi dove
c'era sempre acqua, perché noi avevamo le pompe a getto continuo là a San
Biagio, bastava che andassero giù venti trenta metri e veniva su
l'acqua continua. Bisognava che el canévo
restasse sempre coperto, per questo ci mettevano sopra dei pezzi di legno pesanti, perché non venisse in
superficie e restasse sotto l'acqua a marcire.
– Canapa e
lino a volontà!
A volontà. Dopo c'era la lana... però quella la
portavano a far pettinare – quella non la facevano con i pettini – la
portavano a Fiera, a farla pettinare, prima di Treviso.
– Quante
pecore avevate?
Di pecore ne avremmo avute una trentina.
– E
servivano soprattutto per fare vestiti.
Sempre per fare i vestiti. Perché con la
meglio stoffa, come anche di biancheria, di lino e canapa venivano fatte
le lenzuola per le spose.
E quando c'era una ragazza da sposare, che
diceva “io il prossimo anno avrei da sposarmi”, allora in famiglia dicevano a un ragazzo “guarda
che bisogna che ti sposi anche tu”. Non facevano mica il matrimonio
per uno solo, perché per il pranzo di nozze veniva portato tutto sulla tièza.
C'erano sessanta animali in stalla e gli toccava
tenere la tièza che c’era sopra la
stalla senza fieno.
– La festa
veniva fatta sopra la stalla…
Sopra.
– C'era autosufficienza
per i vestiti, vi arrangiavate con la roba della vostra terra?
Sì, ma mi stia a sentire, sempre roba grezza, roba
giornaliera, di mezzalana come – li chiamavano i crosàti – cioè le maglie che si mettono sotto: non c'era che
facessero canottiere... tutta roba grezza.
Per la roba da vestiario, invece,
acquistavano un taglio di un tipo e uno di un altro da... come si chiama...
da Dal Prà a Treviso e dopo facevano venire el sartor [il sarto], per i ragazzi di 16-17 anni che si facevano
questi vestiti...
Tutti quanti, sarto, calzolaio, cordaio e il
tessitore: venivano tutti in casa!
Profughi a Napoli dopo Caporetto
Cassetta 1986/25.b – https://youtu.be/XryKsgWGEtc
Nel 1917 la famiglia Martin, abitante vicino al Piave e a due passi dalla regia strada Callalta, fu costretta a lasciare terra e case e partire per l’esilio. Primo Martin aveva dieci anni.
All’epoca si abitava a Rovarè lungo la Callalta,
la zona si chiamava “Fatuto”.
– Sulla
destra o sulla sinistra, andando verso Ponte di Piave?
Da Treviso ad andare a Ponte di Piave è a
sinistra, in mezzo c’è una ferrovia che veniva verso Fagarè e Ponte di Piave.
– La vostra
casa era lungo la strada?
No, di là della ferrovia.
– E durante
la guerra, eravate là.
Allora aspetti, mo’… tre giorni prima de San Martin…
oramai erano venti giorni che avevano chiuso le scuole perché c'era la truppa
che passava lungo la Callalta…
Io ero ragazzo, ragazzino e vedevo tutti questi
soldati e mi chiedevo: ma dove andranno, pori
fioi?
– Che giorno
era?
In novembre era, che hanno fatto la disfatta di
Caporetto.
Dicevo: guarda tutti questi soldati che camminano…
noi ragazzini si era entusiasti.
C'erano quelli del “parco buoi” che andavano a
sequestrare le bestie, e sono venuti anche a casa nostra. Erano montati a cavallo
delle vacche e dei buoi e camminavano lungo ‘sta Callalta venendo dal ponte del
Piave verso Treviso, per tre giornate.
Dopo – tutto a un tratto – bloccato. Marcia
indietro. Perché, mi avevano spiegato degli ufficiali, che Cadorna aveva
intenzione di fare la linea di sbarramento sul Po, invece dopo è venuto che
l'hanno fatta sul Piave. Noi saremmo stati neppure a cinquecento metri dal
Piave, e allora è successo che, quando hanno iniziato a tornare indietro,
venivano dentro per la casa nostra, là, dentro per la campagna.
Una sera è venuto dentro un plotone di carabinieri
e hanno detto a mio nonno:
– Nonno (chiedevano al nonno, perché mio padre era
soldato anche lui), dov'è che hai il pagliaio della paglia?
Avevamo una cucina larga e lunga come tutta quanta
la casa qua. I carabinieri sono andati a prendersi la paglia nel pagliaio e se
la sono messa da una parte e dall'altra della cucina, con in mezzo la tavola, e
non hanno neanche disturbato.
Dopo, mentre stavano là chiacchierando, così, con
un boccale di vino sulla tavola, ma un boccalone di quelli che tenevano dieci
litri, è venuto dentro un capitano degli arditi. Ma quelli non chiedevano il permesso.
È venuto dentro, si è presentato là, sulla porta.
Ha guardato attorno:
– Nonno, chi è che ha preparato questa paglia qui?
– Il nonno: poveri figlioli, devono dormire!
Il capitano si è abbassato, ha preso lo stiletto
che aveva sugli stivali, l'ha piantato sulla tavola e:
– “Voi andate a trovarvi un altro posto, ha detto,
perché questo serve a me!” E anche se erano carabinieri, hanno dovuto andar
via, e dopo neanche un quarto d'ora sono entrati tutti quanti gli arditi e
hanno preso il loro posto.
Il capitano è venuto dentro per ultimo e dice:
– Qua non c'è più vino, dov'è che hai la botte?
E il nonno: Vieni di qua fiol, vien de qua.
Tremava di paura perché, ciò, un vecchiotto ... e
l’ha portato di là dove, in un sottoscala, c'era una botte da cinque ettolitri,
una botte grande così.
Sotto, sa che le botti hanno el spinèl [25], ... mio nonno ha preso il boccale ed è andato
per spillargli il vino, e il capitano dietro. Quando ha visto… può immaginarsi,
col spinèl,
prima che si riempisse el bocal …
tira fuori la pistola: tre quattro schioppettate… forata la botte! Alla
mattina, gli arditi sono andati via, non so dove li abbiano mandati.
Verso le nove e mezza-dieci vengono dentro tre
ufficiali. Non ricordo che grado avessero, e io tutto contento “guarda, ho
detto, vengono qua soldati ancora”. Mi hanno detto:
– Bocia, dov'è tuo padre?
– Mio padre è militare, gli ho detto.
– E chi hai a casa?
– Mio nonno.
– Va a chiamarmi tuo nonno!
Era in stalla e sono andato a chiamarlo.
– Nonno, vien fuori che ci sono i soldati che
vogliono parlare con te.
– Chi sono?
– Non lo so, sono montati a cavallo. E mio nonno è
venuto fuori.
– Nonno, quel portico là bisogna che tu ce lo liberi:
tira fuori i carri.
Perché sotto il portico c'erano carri, aratri,
rastrelli, di tutto.
– Perché,
fiol? ha chiesto il nonno.
– Perché ci occorre a noi.
– Si, ma io...
– Beh, fai quello che puoi…
Dopo un'ora, un'ora e mezzo, è entrato uno
squadrone di cavalleria e hanno tirato fuori tine [tini], tinassi,
tutti quanti gli attrezzi che si adoperavano per l'agricoltura. Hanno tirato
due corde metalliche da una parte all'altra del portico, e i cavalli ancora non
ci stavano; allora hanno piantato una corda nel cortile, distante quattro metri
da casa: da là a laggiù. Dopo sono andati sul solaio, che il solaio era pieno
di pannocchie, e hanno preso la pala di legno – che una volta si aveva quella paƚota di legno apposta per mischiare le
pannocchie – e là… butta fuori pannocchie per il balcone, per dare da mangiare
ai cavalli. Questi soldati dicevano: – Nonno non andare via, non andare via
perché fra due-tre giorni i tedeschi passano e tu resti qua. Era il 7 o l'8 di
novembre.
Invece dopo, l'11, il giorno di San Martino,
quando erano le tre e mezza-quattro è entrato un plotone di carabinieri con il
fucile e la baionetta innestata:
– Via da qui, via, via… perché c'è l'ultimo treno
che parte da Spercenigo.
Mia madre ha chiesto: – Ma dov'è che ci portate?
Stava cucinando la oca per la festa di S. Martino
e gli è toccato lasciar là tutto sulla pignatta, tutto il pollame ... bestie,
piena la stalla. Ci hanno portati a Spercenigo e siamo saliti sul treno.
Abbiamo chiesto:
– Dov'è che ci portate?
– Eh, han detto: appena di là di Treviso, un po’
prima di arrivare a Padova.
E sa che abbiamo corso tre notti e tre giorni. Ci
hanno portato a Napoli!
– Appena di
là di Treviso, proprio!
Era una tradotta che aveva tre macchine a vapore,
perché aveva preso su gente da tutto il territorio, anche quelli del Friuli,
non c’erano solo i nostri.
Pima di arrivare giù, una macchina è rimasta senza
carbone quando si era a Ferrara, giù per quelle campagne là, che ci sono quei
vigneti con i pali. Hanno fermato e sono andati a levare i pali delle viti per
far fuoco sulla macchina del treno.
Le ho detto
che ci vorrebbe una giornata a raccontare tutto!
E dopo, a Napoli, quando siamo arrivati ci hanno
messo sulle case dell'Ospizio Marino, lo chiamano, e siamo arrivati come questa
sera verso le sette e domani mattina ci hanno messo a dormire su un salone. Si
era cinque figli, e mia madre fa sei.
Alla mattina passava il dottore a fare la visita e
ha trovato un fratello mio, quattro anni più giovane, che aveva tutti gli occhi
rossi.
– Questo qua, ha detto, bisogna portarlo
sull'ospedale.
Mentre lo portavano via, mia madre si mette a
piangere. Il dottore le ha detto:
– Signora, mettiamo un cartello sulla porta, che
lei non viene disturbata. Finché suo figlio non guarisce, lei da qui non si
muove.
Dopo hanno iniziato a venire dei signori a portare
caramelle a questi profughi, anche roba da vestire. Al terzo giorno che si era
là, ormai si era lusingati, quando si vedevano questi gruppetti di signori si
correva là per prendere qualcosa. Un dopopranzo, verso le tre, un signore
grande come mio figlio, così, più grosso un poco, mi fa:
– Vieni qui, bocia, vieni qua.
Mi sono avvicinato, credevo che mi desse qualcosa,
invece mi chiede:
– Dov'è il papà?
– È militare.
– Tua mamma, dov'è?
– È dentro in sala, in camera.
– In quanti siete?
– Siamo in cinque.
– Vammi a chiamare tua mamma…
– Màre!
Vieni fuori che c’è un signore che vuole parlare con te.
Mia madre è venuta fuori, con le lacrime agli
occhi, e lui dice:
– Signora, guardi, se lei accetta... ne ho trovati
già degli altri, ma avrei ancora posto per un poca di gente… E questo “sior”
era il principe Colonna di Napoli! A Posillipo c'è l'Ospizio Marino [26], e l'avevano vuoto. Il principe ha detto:
– Prepari quel po' di robe che ha e io vengo qui
col tram (che allora là c'erano i tram che circolavano) e vi porto là. Mia
madre ha detto di sì, e là siamo rimasti.
Dopo, quando siamo tornati…
– Tutta la
famiglia? In quanti eravate là?
Era il ramo di mia madre solo perché tutti gli
altri si erano sparpagliati. Non ci siamo riuniti che nel 1919, quando siamo
tornati, dopo la guerra.
– Com’era la
situazione, a casa?
Quando siamo tornati, abbiamo trovato tre
baracche. La casa era sparita, solo quella di Calión e quella di Faón
erano rimaste in piedi, ma era rimasto in piedi solo lo scheletro delle case … sennò
i militari, o per far fuoco, o per fare i ricoveri e i rifugi hanno tirato via
tutti i solai, i balconi, le porte. Era sparito tutto.
– La
campagna come era, c’erano ancora bombe?
La campagna? Non si poteva neppure uscire finché
non è passato il rastrellamento…e prima di congedare i prigionieri tedeschi gli
hanno fatto fare il rastrellamento.
Ma saremo stati tre mesi sotto sorveglianza, con
le sentinelle dei militari che non ci lasciavano andar fuori, perché c'erano
munizioni dappertutto.
Era sul mese di settembre del 1919 e i prigionieri
tedeschi dovevano ancora finire di bonificare la terra. Ci è toccato aspettare
la primavera prima di poterla lavorare. In tutto l’autunno e l’inverno non
abbiamo potuto fare niente. E avevamo le viti e i gelsi che per la maggior parte
erano tutti quanti falciati ad altezza d’uomo, perché i combattimenti erano
venuti anche oltre il Piave e noi si era a cinquecento metri dall'argine.
– Allora
avete cominciato a seminare nel ’20, nella primavera del 1920?
Ecco, là, nel ’20.
– Granoturco?
Esatto!
1921-1928: da Rovarè al Montello
passando per la bonifica delle Sette Sorelle e la malaria
Cassette 1986.25b / 1986.26a – https://youtu.be/Yb3Ppf-cuhU
Poco tempo dopo il
ritorno dalla profuganza la grande famiglia dei “Martini” si divise. Il ceppo
famigliare dell’intervistato si trasferì in comune di San Stino di Livenza ai bordi della palude
delle Sette Sorelle tra la ferrovia e la strada Triestina, in una campagna
condotta a mezzadria i cui terreni erano già bonificati.
Nel
1921, noi che si era là
a Faón, si avevano tre baracche e
dopo le cooperative hanno rifatto i solai e rimesso a posto tre case che erano
rimaste col tetto. La quarta, invece, quella che era nel paese che si chiama S.
Bortolo [30],
era stata annientata completamente.
–
Allora come avete fatto? Non c’era più
posto per tutti…
Ci
siamo divisi, perché – come
dice lei – non c'era più posto. Mio povero padre con mio fratello più vecchio
hanno preso una campagna giù sul palù delle Sette Sorelle.
–
Vicino a San Stino.
–
Penso che la prendevano un po’ tutti, là...
Esatto, ma noi che si era da qua [31] siamo stati i primi,
perché quelli nativi da là era meno facile che la prendessero.
La campagna che si aveva noialtri era due metri sotto il
livello del mare, ma all’esterno della palude e tutta arginata, e c’era un manofato [32] che buttava fuori
l’acqua, quando pioveva.
Erano ottanta campi di terra di proprietà di un capitano
di artiglieria di Trieste e si lavorava a mezzadria.
–
Allora era terra buona, quella.
Su certi posti, come raccontavo anche a mio figlio, c’era
la torba, e ci diceva il gastaldo, perché lo chiamavano il gastaldo noialtri:
“non state andare ad arare sulla terra nera, perché guardate che si piantano i
buoi”.
Invece mio fratello Virginio ha detto “dai, dai, che
ariamo anche là”, ma dopo aver fatto il primo giro, sul secondo giro della vassóra [33] – che si aveva una vassóra bella pesante – ha iniziato a venir su l’acqua e i buoi iniziavano
a piantarsi. Per fortuna che si aveva un paio di buoi che erano proprio di
quelli della bonifica, che hanno fatto presto a saltar fuori, però su quel
punto non siamo più andati.
La torba era una terra che non occorreva neanche metterci
né grassa [34] né niente. Per alcuni
anni vi abbiamo messo anche una meonèra [35] e venivano fuori di
quelle angurie che, senza neanche coltarle
[36], si faceva fatica a girarle da quanto grosse erano.
–
Quanti anni siete stati a San Stino?
Là siamo stati quattro anni. Siamo andati a prenderla in
possesso a San Pietro [37] di quest’anno. È andata
bene tutta l’invernata, ma dopo, dal Ventisette venendo al Ventiotto, è venuta
la borìda – la chiamavano la borida loro – che il Livenza aveva
rotto.
Noi si credeva, siccome eravamo arginati… e invece ha
rotto gli argini proprio là da noialtri. Ci è toccato portare le bestie sul
terrapieno della ferrovia che da San Donà va a Trieste, e hanno dovuto fermare
anche il treno, perché si avevano tutte le bestie sopra. Dopo sono venuti gli
ufficiali dell’esercito e ci hanno detto “guardate che ormai l’acqua più di
così non alza, potete rimettere dentro le bestie in stalla” e abbiamo riportato
le bestie in stalla.
Però, siccome nel Ventiotto cominciavano a far sta
bonifica [38],
è venuta la malaria.
Io, visto che uno prende la febbre malaria, quell’altro
anche, ho fatto un fagotto delle mie strasse,
l’ho messo su un sacco dietro la bicicletta, perché allora non c’erano valigie,
e sono tornato a Calión, che c’erano ancora i nostri vecchi della famiglia.
Sarà stato verso febbraio marzo del 1928.
Quando abbiamo finito de
bàtar formento [39], in luglio, ho detto a “me barba Doro” [40]: “Barba, digo, dai che domani
andiamo a trovare i fratelli laggiù, e vediamo come stanno”.
Da San Biagio a Loncon sono quasi novanta chilometri di
strada. Siamo andati giù in bicicletta, una domenica, e quando sono arrivato –
erano le dieci e mezzo circa, con un sole che bruciava le pietre – erano tutti
quanti con la giacchetta, vestiti da inverno, e tremavano tutti: i miei
fratelli, mio padre, mia madre, mia nonna, le mie sorelle… tremavano tutti per
la febbre malaria.
Mia madre quando mi ha visto imboccare la stradina mi è
venuta incontro piangendo.
– Fiol, scanpa via, scanpa via suìto.
– Ma cosa c’è?...
– Ti prendi la malaria anche tu e non torni neanche più a
casa.
– Ma almeno lasciami almeno venire dentro, mi darai qualcosa
da mangiare!
– Guarda… vai sul forno della cucina economica, la c’è
pesce, piòto rosto [41], anatra, quello che vuoi … che nessuno mangia
più niente.
Allora ho detto a me barba, che era il padre di Iseo e di
Abramo: “quello che c’è mangiamo!”. Quando siamo tornati a casa e me barba Mosè
mi ha chiesto “come è, bocia, laggiù?”, mi sono messo a piangere e gli ho detto
“là mi muoiono tutti”. “Ma sei matto?”. Gli ho raccontato quello che avevo
visto e… “bisogna che domani l’altro – al martedì [42] lui aveva sempre occasione
di andare a Treviso – tu vada a cercare un mediatore. Bisogna trovare una
campagna, tirarli via da là, sennò quelli là… domandate qua a vostro fratello
Doro”. “ Sì – conferma il fratello – se
li vedi, fanno pietà”.
Barba Mosè al martedì è andato a Treviso. In piazza dei
Signori ha trovato un mediatore da San Biagio, un certo Poloni, e gli ha detto:
“Giulio, sta attento, ho una famiglia giù sulle bonifiche. Sono là pieni di
malaria. Hai una campagna da poterli tirar su, da risanarli?”. Il mediatore ha chiesto a un suo collega: “Sai
che mi hai raccontato che hai una campagna sul Montello, l’hai ancora per le
mani”? “Sì, gli ha detto, non sono proprio sicuro, ma comunque sabato vengo a
trovarti, e te lo saprò dire”.
Al sabato di sera, che si stava cenando, è arrivato ‘sto
Poloni da San Biagio … non gli occorreva che domandasse dove abitassero i
“Martini”, perché erano conosciuti fino a Treviso, dappertutto. È venuto là su
cortile e siamo andati fuori io e me barba Mosè.
– Ah, Mosè, ha detto, è questo el tosato? / – Sì.
– E allora, comprali [i campi sul Montello].
E ha aggiunto: “Sta attento… guarda che la casa è ancora libera,
però se siete disposti, domani di mattina alle nove bisogna che siate in piazza
dei Signori, là dalla statua dell’Italia, che là c’è la macchina e andiamo su
insieme a vederla, con la terra e tutto”.
Siamo andati a Treviso e là abbiamo trovato la macchina e siamo venuti
su. Venendo su per Nervesa, per la Panoramica, il proprietario abitava
basso, ai piedi della presa 6, perché sa che sul Montello sono tutte
numerate, le strade. Quando che siamo arrivati sulla 6, neanche
duecento metri da fare un po’ in salita sul Montello, c’era la sua casa. Siamo andati
là e abbiamo trovato il padrone.
– Chi era questo padrone?
Era Manzioli, un certo Mario Manzioli, che era benestante, aveva 200 campi
di terra; anche dove c’è la trattoria di Sbeghen, quella era sul territorio
suo.
– Che mestiere faceva? / Lui viveva altro che di
rendita.
Il
mediatore gli dice: “Guardi, c'è questo ragazzo qua che ha una famiglia così
e così, che si trovano laggiù, pòri fioi, e
avrebbero bisogno di trovare una campagna”.
‘Sto
sior mi chiede “ma in quanti siete”?
– Siamo
sette maschi e due ragazze.
–
Orco, el ga dito, la casa è
grande lei, ma guarda che non c'è mica tanta “terra di coltivazione”, sai,
là dove andrai.
– Beh,
ho detto, andiamo a vedere .
Io,
tra di me, pensavo: “va ben, perderò un raccolto… ”, che là in bonifica
venivano le pannocchie che bastava buttare il granoturco in mezzo alla torba e
cresceva da solo, non occorreva fargli niente, e il sorgo lo si seminava
come si va a seminare il frumento, il sorgo da scope.
In
macchina siamo venuti fino all'inizio della strada numero 12 e dopo siamo andati su a piedi. Saranno, da
basso fino a Sbeghen, due chilometri
di strada.
Questo
sior Manzioli aveva interesse a trovare un fittavolo anche perché gli toccava
pagare el boèr, che c'erano sei
bestie in stalla: un paio di buoi e quattro vacche. Ma alle vacche bisognava
alzare la coda per vedere se erano vacche o se erano buoi, sennò non gli
si vedeva neppure el scarpo [43], dunque
può immaginarsi quanta latte veniva fuori. Guardiamo di qua e di là:
tutti bari de róe [44]...
Di agricoltura, su trenta quaranta campi che si avevano sul nostro
territorio ce ne saranno stati tre che si poteva lavorarci. Però c'erano
certi posti con un'erba che si chiamava la frésa che bastava ararla, diciamo, e dopo concimarla.
– Come si chiama 'sta erba? / Frésa o fiélse.
– Che sarebbe in italiano? / Le
felci, in italiano. /– Ah felce!
Dopo
aver visto la situazione, mio zio ha detto: “Primo, qua, quando avrete
recuperato, riuscirete a fare qualcosa”. Torniamo indietro e diciamo al padrone
che la tenga in riserva quattro cinque giorni “perché mio padre, mia madre
e i miei fratelli non sanno mica che io sono venuto qua. È una mia iniziativa”.
Ben –
ha detto – “fai venir su tuo padre e i tuoi fratelli che vengano a vedere, e
dopo ci mettiamo d'accordo”.
… E adesso
viene fuori bella!
Torno
a casa, a San Biagio, mangio a mezzogiorno e vado un po' a riposarmi, che
era caldo. Poi sono andato giù in bonifica e ho detto ai miei: “State attenti,
guardate che io stamattina sono andato sul Bosco del Montello e là c'è una
casa libera. È una casa con tante camere, una casa di tre piani”.
C'erano
solo mio padre e mia madre, gli altri erano a letto con la febbre. Era
anche abbastanza tardi, ormai, sarà stato verso le sei e mezza di sera.
Mia
madre inizia a piangere: “Dove mi porti, figlio, sulle montagne, per
farmi morire”. Me poro pàre le
dice: “Màbie – che aveva nome
Amabile, mia madre – guarda che sul Montello ci sono anche
i castagnèri, ci sono anche le castagne, sai”!
Dopo andiamo
a chiamare i due miei fratelli più vecchi, Toni e Virginio, ma non
sono stato capace di convincerli di venir via, né i fratelli e neanche mio
padre.
Allora, il
Signore mi ha ispirato.
“Ben digo, domani mattina bisogna
che i fratelli vengano lo stesso”. Perché ha detto mio padre? “Perché me barba
Mosè ha detto che – ecco l'astuzia! – abbiamo ancora dei conti da fare,
da quando ci siamo divisi”. “Ah bon, allora sì bisogna che vengano”.
Io non gli avevo detto che bisognava che venissero sul Montello, perché
sennò neppure si muovevano…
Al lunedì
mattina, alle otto e mezza-nove, siamo partiti da Loncon. Per strada
gli è venuta due volte la malaria. Ci è toccato andar dentro dalle
famiglie dei contadini e farli mettere a letto per riscaldarli, per
far in modo che gli passasse un po'. Insomma sono arrivato a Calión che
era l'una e all'una dovevano essere a Treviso per incontrare ancora quel
mediatore, che andassero su anche loro a vedere e mettersi d’accordo col
padrone e dicessero sì o no.
Quando
siamo arrivati me barba Mosè era là che camminava dietro e avanti sul
cortile: – Oh bocia, sono questi gli accordi?
– Barba
tacete, gli ho detto, guardate che ci toccato così e così... ci è toccato
fermarci due volte sulle case perché gli è venuta la malaria.
– Ben,
venite dentro, bevete qualcosa, che dopo bisogna che andiamo via.
E in
bicicletta sempre, sono partiti. A Treviso hanno trovato il mediatore e sono
andati a vedere il posto sul Montello. Quando sono tornati indietro sono
andati a dire al padrone che anche loro accettavano di venir su. Allora
Mario Manzioli ha detto ai miei fratelli: andate a Calión con vostro barba, ma domani
mattina, che è martedì, non state andare a Loncon, venite a Treviso che
facciamo il contratto di affittanza di mezzadria, così tuo fratello può venir
su, e io non devo più pagare el boèr.
– Ma avete fatto un contratto di
affittanza o di mezzadria?
Di
mezzadria, come mezzadri.
– Trenta campi… quanti campi erano?
Trentotto campi, erano.
Lavorare la terra sul Montello
fra le due guerre
Cassetta 1986.26a – https://youtu.be/G6yDzHXTkyo
Poco prima del Natale 1928 Primo Martin arriva sulla presa 12 del Montello, nei 38 campi presi a mezzadria da Mario Manzioli. Per alcuni mesi vive da solo e governa il bestiame del padrone. Nella primavera del 1929, concluse le ultime pratiche previste dal contratto della campagna precedentemente lavorata nella terra di bonifica delle Sette Sorelle, viene raggiunto anche il resto della famiglia. Si può così iniziare il dissodamento del nuovo terreno, in quello che fino al 1797 era stato il Bosco di roveri della Serenissima, passato poi al demanio dello stato italiano e diviso in quote a favore dei poveri della zona con la "Legge Bertolini" del 1892. Il terreno impoverito dal disboscamento si rivelò di qualità infima. Molti neo proprietari lo avevano venduto a possidenti del luogo, altri mantennero la loro quota per portarvi a pascolare il bestiame o raccogliere i pochi frutti spontanei che si potevano ricavare da questa "terra meschina" (Martin). Non bastasse, nel 1917-18 il Montello era venuto a trovarsi nella prima linea della Grande Guerra.
Più che sia era bosco… la prima terra che abbiamo fatto: tutto col piccone!
In un inverno abbiamo fatto sette campi.
Sa cosa è el manarasso ? Avevano le
punte come quelle di un “manarasso”. Un poco più larghe…
– Erano piuttosto pesanti..
Eh… non tanto pesanti…
– E con quelle avete fatto tutto?
Tutto… dove non si poteva andare con le bestie. Sennò con i buoi e con le
vacche avevamo il “voltaorecchio”, che l’ho ancora qua, dietro casa.
– Che attrezzo è?
(Figlio) È un
varsore che si tirava con le bestie e che si girava con una manovella… ha due
varsori, e si girava in modo che la terra andava sempre da una parte e gli
animali camminavano sempre sullo stesso solco, andare e tornare.
(Primo) Io
sono venuto quattro cinque giorni prima della vigilia di Natale. Sono venuto
qua io da solo per prendere il posto, come le dicevo prima, di questo boèr, per
dare da mangiare alle vacche.
– Le vacche di chi erano?
Erano sue di Manzioli, del proprietario, quelle. A mezzadria, perché anche la
stalla era a mezzadria.
Sono stato per quattro mesi da solo, e gli altri della famiglia sono venuti
su verso la fine di marzo; prima gli è toccato aspettare la disdetta laggiù in
bonifica, dove avevano seminato anche il frumento, ormai.
– Mi pare che erano un po’ tutti, stranieri,
a Santa Maria…
Esatto, qua di nativi neanche uno.
– Ma quelli che c‘erano prima della
guerra, dove erano? Perché il Bosco l’hanno
tagliato verso il 1892 e fino alla prima guerra mondiale dovrebbe essere stata
lavorata questa terra, o no?
Allora guardi, come questa casa qua, prima della guerra mondiale era
proprietario uno di Nervesa …
– Contadino o padrone?
No, era padrone. Ma teneva la casa per venir su d’estate a pascolare le
vacche. Non c’era altro che, una camera un po’ di stalla, e basta.
– Come mai voi avete trovato praticamente
libere le campagne, qua, dopo la guerra?
Perché quando hanno tagliato il bosco c’era la popolazione che era iscritta
sull’elenco dei poveri ai quali veniva data una “quota” di terreno, che una “quota”
sarebbero cinque–sei campi di terra.
– Allora, la maggior parte della
terra dell’ex Bosco l’hanno comprata o l’avevano in affitto i poveri…
Non comprata, regalata, regalata!
– Dopo, questi poveri, dove sono
andati a finire?
Questi poveri, come le dicevo… quello che lavorava questa terra dove sono
io era uno da Nervesa, e aveva anche una famiglia numerosa. Ma la campagna non
rendeva … in quegli anni là non veniva niente. Se piantavano il granoturco quando
nasceva moriva, se non pioveva. La terra era buona finché era bosco, ma dopo…
Non sa che il Montello, lei se vuole leggere la
storia… si chiamano i ferretti del Montello.
– Dovevo proprio domandarle di
questi “ferretti”.
Si chiamano “ferretti” perché si trovano delle vene nere: quelle si
chiamano ferretti.
Sono vene di terra che non servono neanche a far pietre, perché avevano
anche provato con una fornace.
I proprietari delle “quote” non avevano da vivere. Pochi si sono fatti la
casa, pochi sono riusciti a restare.
Perché anche dai paesi qua basso ce n’erano di quelli che venivano su, che
venivano – per modo di dire – ad arare e mettere qualcosa. Ma il primo anno –
due… e dopo se non portavano su il letame non cresceva niente.
– È una terra che ha bisogno di
tanta concimazione, voi ci riuscivate a concimarla perché avevate una buona
stalla…
Esatto, però non bastava il letame, ci volevano anche i fertilizzanti. Perché
anche sul granoturco bisognava dargli nitrato di calcio…
– E adesso, come adesso, è fertile
questa terra o è sempre uguale?
Sempre uguale, e anche peggio. Una terra povera, una terra meschina la è…
È stata una fortuna per la salute… E dopo, sennò, io … ecco là [indica il primogenito Luigi] quando
aveva tredici anni è andato a Roma, ecco...
(Figlio) … a
lavorare..
– A tredici anni?
Eh ciò...
– Quanti figli ha avuto, lei? [Chiedo a Primo]
– Si è sposato con una qua del
Montello?
Era venuta ad abitare sul Montello, però venivano su da Camalò.
– Proprio non ce n’era uno di
contadino abitante stabile della zona!
Qua che abitavano nella zona, c’erano soltanto i Favretto. Lui era qua
anche in tempo della guerra del “Disdoto”–1918. È della mia classe [1907]
– Come si chiama?
Ernesto, Ernesto Favretto [46].
(Figlio) Gli
hai raccontato della faccenda dei castagneri che dovevi innestarli e che dopo
facevi cambio merce?
– Mi dica dei castagneri [castagni]
Quando sono arrivato su questa campagna, la si “tirava” ad agricoltura, ma
dove c’era una pianta di castagno, la si lasciava là, e dopo li abbiamo
innestati. Ancora del Ventinove li abbiamo innestati su dei bei rami grossi, e
dopo tre anni già facevano produzione di castagne.
– Chi vi ha dato le talee buone per
l’innesto?
Siamo andati a prenderle sulla Monfenera.
– Da un contadino o c’era un vivaio?
No, no, dove c’era il bosco…
– Andavate per conto vostro, senza domandare
niente a nessuno?
No, si chiedeva dove ci lasciavano prenderle.
… E allora adesso, di questa stagione qua [fine ottobre], proprio in questa
settimana qua che andiamo, si facevano otto dieci quintali di castagne, si
andava in prestito della mula del povero Vincenzo Guzzo e si andava giù per
nostri paesi là a San Biagio. Si cominciava a Breda, Pero, Cavrìe, Rovarè,
Fagarè … Si andava da questi contadini che prendevano chi trenta, chi venti,
chi cinquanta chili di castagne “per i Morti” o per la “cena di San Martino”.
Ma non le si vendevano per soldi. Si barattava… noi gli davamo un quintale
di castagne
e loro in cambio ce ne davano uno di granoturco, ma in grano, non pannocchie.
– Era buono come baratto, mi pare.
Sì, perché erano una rarità per quei paesi, le castagne, e allora loro
erano tutti contenti e noi si era più contenti di loro.
– La proporzione era quella: un
quintale di castagne, un quintale di granoturco.
– E dopo i primi anni – dovrebbe ricordarsi anche mio
figlio – quando facevo anche diciotto - venti quintali di patate, si faceva
cambio un quintale di patate con uno di granoturco.
– Come mai per le patate la terra
del Montello rende?
Perché la patata, sulla terra magra così, non s’inerba tanto; noi gli si
metteva letame e lei si ramificava sul letame.
– Bastava letame o ci mettevate
anche chimica?
In quelli che erano i miei primi anni di ricerche sul campo ebbi l’occasione di incontrare discendenti di altre due famiglie contadine patriarcali. Riporto in questa sede anche i loro racconti.
Famiglia patriarcale a Sant'Angelo, frazione rurale del comune di
Treviso:
la divisione del lavoro
"El paron de casa" su tutti. Lavoro comune nei campi. Lavoro a rotazione: donne cura della casa e degli animali da cortile; uomini cura della stalla e del bestiame. Questa l’organizzazione di una famiglia patriarcale trevigiana abitante in riva al Sile. Interviste in dialetto registrate nell’abitazione dei testimoni il 23 dicembre 1984 e il 27gennaio 1985. Trascrizione in lingua italiana.
1 - Maria Reato, 1913 e Eugenio Franceschi
(Gènio Condota), 1909.
Cassetta 1984.1b – 23
dicembre 1984
– Cosa s'intende per di giornata?
Fare i mestieri
di casa. Ogni giorno una donna diversa faceva il lavoro, di cucina; oggi
toccava a lei, domani toccava a ...
– Quante famiglie eravate?
– Composta da chi?
(Eugenio) Diciassette persone. Io avevo
un cóo [48], mio
fratello Vittorio aveva moglie e figli, Angelo aveva figli, e dopo c'erano due
ragazze da sposare.
– Eravate tre nuclei familiari dentro la stessa casa.
Sì, e quattro
con le due tóse.
– Con i soldi, come facevate?
Tutto
insieme, cassa unica.
– Chi comandava?
Io tenevo
la contabilità... (Maria) Dopo che è
morto tuo fratello più vecchio…
– Quello che è morto sul Sile?
Sì.
– Ma prima ancora, quando eravate giovani
(Maria) C'erano suo padre e sua madre.
– Il capofamiglia, chi era?
Suo papà,
Franceschi Antonio.
(Eugenio) Fino al '37 c'era mio padre e
dopo ... segnare tutto, l'uscita e l'entrata: tanto andava speso, tanto si
prendeva, e poi si faceva il totale.
– I soldi, chi li metteva via?
Tutto in
comunità. Io li tenevo, segnavo.
– Per curiosità, non avreste un libretto dei
conti, quelli in cui segnava entrata e uscita?
È poco
che li abbiamo buttati via ...
– E dove li avete buttati?
Buttati via, bruciati. Sai quando? Quando dalla casa vecchia siamo
passati di qua, in quella nuova.
2 – Maria Franceschi e il fratello Gino
Franceschi (Chéchi Condota), 1929
Cassetta 1985/15.a, 27 gennaio 1985
https://youtu.be/dPtPenWxwcM?si=mPhCEvr_XynX-ZbB&t=156
– Mi spieghi come funzionava quando eravate "di giornata".
(Maria) Ognuna faceva il suo giorno.
Le bestie, lavare i piatti... Ad esempio mia zia Antonietta era addetta al
mangiare e alle spese: andava a Treviso, in piassa…
quello che serviva. E a quella cui toccava il suo giorno bisognava anche che preparasse
la merenda, che lavasse i piatti, che facesse da mangiare a mezzogiorno. E poi
dare da mangiare alle bestie, che una volta c'erano i maiali, i pulcini...
– Non alle vacche?
No,
animali da cortile, cioè maiali, galline, piòti,
oche, anatre. Perché una volta, c'era il Sile che arrivava fino a qua, e le
anatre andavano sul Sile. E … ciama 'ste
anare… era quello il lavoro! Poi preparare la cena, fare la polenta che ci
volevano due donne a sartarla [49], sempre
in due, una da sola non ce la faceva.
Se dopo
avanzava qualche ora, lavava magari la propria roba, quella del suo gruppo, del
suo cóo, per capirsi.
– Non andavano nei campi?
No,
quelle di giornata, niente.
– Quante ne restavano a casa?
Una, a
casa, e le altre tutte nei campi.
– E per fare a ìssia [50], invece?
Tutte!
– Ogni quanti giorni facevate a issia granda?
Dipendeva,
anche ogni due mesi. Facevi bollire la cenere…
– D'inverno, magari, facevate ogni due mesi...
Eh… anche
d'estate, perché c'era da fare! Ammucchiavano là e facevano la ìssia ogni due mesi, la ìssia del mastel grando. Lavavano il
necessario, perché non avevamo mica tanta robe da cambiarsi.
E quella
di andar trovare da mangiare ai conigli per vestirsi, non la sai?
– Chi faceva questo?
Tutte,
perché la famiglia non ti comprava niente, dovevamo pagare l'affitto, e allora
per vestirsi bisognava tener conigli.
– Le ragazze?
Anche le donne, e le ragazze davano una mano: intanto che gli
uomini i 'ndà a butàrse [51], noi andavamo a trovare erba,
foglie di acacia, foglie di salice, quello che capitava, per i conigli.
(Gino) …Come oggi che è domenica, se
non gli toccava il servizio giornaliero festivo, come le donne, lo stesso per
gli uomini: uno stava a casa una domenica, un altro l'altra domenica. Bisognava
andare a messa e vespero, e anche si andava volentieri. Dopo si fermavano a
giocare – se era d'estate – la borella, le bocce; se era d'inverno le carte, tredeson,
scopa...
Per
forza: mungere le bestie, governarle, dargli da mangiare ... a quest'ora le
stavi mungendo.
– In questa maniera riuscivate ad andar
d'accordo abbastanza?
Una festa
ciascuno.
– O c'erano grosse discussioni?
No, non
ce n'erano: una volta ciascuno. Oggi è domenica, vado a messa e vespero. Se
dopo anche quello che era di giornata con le bestie voleva andare a vespero
faceva in tempo ad andare, però dopo gli toccava venir casa subito.
Perché a
vespero andavano tutti, una volta: i ragazzi con questi capelli tirati a coda,
e giù olio e brillantina; li vedevi, eleganti. Era così, la moda.
Andava a
vespero, se voleva, ma dopo gli toccava venir a casa a governare le bestie.
NOTE
[1]
I bozzoli dei bachi da seta (i cavalieri).
[2]
Le onoranze, ovvero "obblighi
colonici", regalie al padrone: erano un retaggio feudale abolito solo con
la legge 1094 del 4 agosto 1948.
[3]
Un’oncia era pari a 30 grammi di semi, ovvero di uova della farfalla Bombyx
Mori. A sua volta l’oncia poteva essere divisa in quarti, cica 7,5 gr,
quanto era contenuto in un
"ditale". (Post del 6 aprile 2018 su “Seta, silk serico” https://www.facebook.com/Setasilkserico/ consultato il 30 agosto 2026).
[4]
Gelsi.
[5]
Fienili sopra la stalla.
[6]
Sostegni per le lettiere dei bachi da seta. Video https://youtu.be/Rbtn_fvKCM8?si=7vuamftIuP0gEeLg
[7]
Di pagnotte.
[8]
All'ombra di una grande siepe.
[9]
L'alimentazione dei contadini trevigiani, nelle lunghe giornate dei lavori
estivi (prima del trattore) prevedeva generalmente, dopo una veloce ciotola di
caffè – spesso di orzo – appena alzati, due importanti momenti oltre a pranzo e
cena: ‘a marenda al mattino e el marendin a metà pomeriggio. Ascolta
la testimonianza: https://youtu.be/kXRWyw36r3o
[10]
Acero campestre (Acer campestre).
[11]
La canapa.
[12]
Paiolo.
[13]
In altre parti dell’intervista manca il termine Furlan ed è ricordato due volte Faon.
[14]
Bigòl: «stanga ricurva con gancio
alle due estremità per il trasporto delle secchie d'acqua, appoggiato a
bilanciere sulla schiena», Nerio Petris, pagina FB di Te
si Veneto se... Parołe de me Mare… https://www.facebook.com/groups/1375349659438510/posts/3593814677591986/
consultata il 5.9.2026. Nella pagina anche la foto, postata da “Nataly
Treviso” https://www.facebook.com/groups/1375349659438510/user/100001465018232/ , che mostra la differenza fra bigòl e
bìgol.
[15] La registrazione originale da cui sono tratti i primi
tre capitoli di questo ebook si trova nella stessa cassetta in cui è presente
anche un altro brano relativo all’aratura con i buoi e già pubblicato nell’ebook
Dall’aratura con vacche e buoi all’arrivo
del trattore nelle campagne di Treviso e Venezia verso la metà del sec. XX. Testo: https://play.google.com/books/reader?id=2rBmEQAAQBAJ&pg=GBS.PA5&hl=it&q=Martin
Audio: https://youtu.be/Yk4D3f38xmU
[16]
Nel XIX secolo. Mi riferisco alla lettura degli Atti preparatori del Catasto austriaco, circa 1826, conservati
nell’Archivio di Stato di Treviso.
[17]
Fra un filare e l’altro.
[18]
Gli innesti
[19]
I tralci, le talee.
[20]
Sgranate.
[21]
Registrazione originale nella cassetta 1986/25, lato A.
[22]
Il tessitore.
[23]
Pantaloni.
[24]
Museriòl, pl. museriòi: museruola.
[25]
Lo zipolo
[27] La “signorina” o “ballerina” era una diffusissima bomba a mano di origine francese. Nome tecnico: “Excelsior Thévenot P2”. Museo 1914-1945 di Montecchio Maggiore, VI - https://www.facebook.com/museodelleforzearmate .
[28]
“Sipe”: «Bomba a mano difensiva esplosiva a miccia… prodotta dalla Società
Italiana Prodotti Esplosivi, da cui il
nome S.I.P.E. Fusione di ghisa dalla classica forma ovoidale fu la bomba più
utilizzata dagli italiani durante la Grande Guerra». Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto – https://catalogo.beniculturali.it/detail/ScientificOrTechnologicalHeritage/0400618280
[29]
Un cerchietto.
[30]
San Bartolomeo di Breda di Piave.
[31]
Un posto in cui non c'era la malaria.
[32]
Un’idrovora.
[33]
Aratro a versoio.
[34]
Letame.
[35]
Coltivazione di meloni e angurie.
[36]
Concimarle.
[37]
Fine giugno.
[38]
Date e argomento sarebbero da approfondire; mi limito a riportare le parole del
testimone.
[39]
Trebbiare.
[40]
Mio zio Isidoro.
[41]
Tacchino arrosto.
[42]
Giorno di mercato, nel capoluogo.
[43]
El scarpo: l’apparato mammario di una
vacca.
[44]
Cespi di rovo.
[45]
«Terminata la guerra, nell'autunno del 1923, le
autorità diocesane salgono sul Montello e scelgono per la costruzione della
chiesa [di Santa Maria d. Vittoria] il Collesel della Val dell'acqua, la cima
più alta». https://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedacc.jsp?sercd=64231&sinteticabool=true&pref=cs
[46]
Leggi il suo racconto: https://archiviointervistedicamillopavan2.blogspot.com/2010/09/ernesto-favretto-elvira-girardi-s-maria.html
[47]
«Calciocianamide
è un concime minerale azotato a lenta cessione ad attività geosterilizzante e nematocida».
https://www.agripiudabenito.com/shop/prodotto/calciocianamide-kg-25/ (anche la foto).
[48]
Coàda,
covata: ceppo familiare.
[49]
Versarla
nel tagliere.
[50]
Il bucato
[51]
Andavano
a riposare al pomeriggio.