mercoledì 7 ottobre 2026

La pianura, la bonifica, il Montello. Testimonianza di Primo Martin, contadino trevigiano (1907-2003)

 

Nota – Ho potuto intervistare Primo Martin grazie alla cortese insistenza di due operatori dell’Archivio di Stato di Treviso, che all’epoca frequentavo assiduamente: il figlio di Primo, Luigi Martin e il suo collega Angelo Marsura.

Tutta l’intervista è stata registrata in dialetto veneto di Treviso nell’abitazione di Martin a Santa  Maria della Vittoria (Volpago del Montello) il 26 ottobre 1986. L’audio dei brani qui riportati, sottoposto a editing, è presente su YouTube con sottotitoli in italiano.

Le due cassette con l‘audio integrale sono conservate nell’archivio dell’autore, segnate 1986/25ab+1986/26ab. Durata totale 127’52’’.

 

 

La famiglia patriarcale di Primo Martin: struttura e organizzazione  

Cassetta 1986/25.a     –    Audio su YouTube   https://youtu.be/rRezQa0GHhI

Otto fratelli maschi, centoventisette persone, quattro abitazioni, duecento quattordici campi in "affitto a generi" (misto), un unico paron de casa: questi i numeri di una grande famiglia contadina patriarcale di Rovarè di  San  Biagio di Callalta(TV) prima della divisione avvenuta nel 1921.

Devo raccontarle la storia di quando in famiglia – ci siamo divisi nel 1921, che prima si mangiava tutti su una "pignata" – eravamo centoventisette  persone, però con quattro case. Si era fituài [fittavoli] del barone Onesti da Paese.

– In che zona a San Biagio?

Il paese era Rovarè, località Calión [Ca' Lion]. Una casa era a Calión, un'altra era lungo la Callalta e si chiamava Faon, un'altra era lo stesso lungo la Callalta, Fatuto, e quella in comune di Breda era di Faón. Si era fittavoli, si pagava l'«affitto a generi» al barone Onesti di Paese.

– Eravate tutti della stessa famiglia?

Sì. Il nonno… erano otto fratelli maschi.

– Abitavano in queste quattro case, comunque.

Sì ma all'inizio sono andati su una. Dopo, mano a mano che "la popolazione" aumentava, per non farli “emigrare”, lo stesso barone dava un'altra casa con altri quaranta campi di terra. Si avevano 214 campi da lavorare, ultimamente, fino al 1921.

– L'affitto a generi in cosa consisteva?

Per l'affitto a generi si pagava non ricordo quanti quintali di frumento, ma il bestiame e il granoturco era tutto di proprietà della famiglia Martin, tutto nostro. Invece erano a mezzadria l’uva e le gaéte [1].

– Le onorànse vi toccava dare, anche, o no?

No, niente onoranze [2]: gli facevano come regalo i capponi, appositamente, tanto per stare in buon occhio col fattore.

Si tenevano diciassette once [3] di cavalieri e si facevano sedici – diciassette quintali di gaéte, su queste quattro case, complessivamente.

Tiéza [tèsa, tièda, teda], fienile sopra una stalla tradizionale della campagna trevigiana. (S. Angelo di TV, 1984)

Perché eravamo in sette otto ragazzi, nel periodo dei bachi, che non dovevano altro che tagliare foglia su per i moràri [4] e portarla casa alle donne che, sulle tiéze [5] e sui solai non si metteva il fieno e si tiravano via anche le pannocchie per mettere i cavaƚoni [6] dei cavalieri.

– Tanti, ne avevate…

Tanti, tanti, perché era l'unico raccolto con cui potevano prendere “un franco”.

– Assieme al vino, ha detto; anche del vino prendevate metà.

Anche il vino. Ma il vino veniva venduto meno,  perché c'era tanta "popolazione" che beveva… , perché quando era il periodo di tagliare frumento il padrone di casa veniva fuori, verso le quattro – quattro e mezza circa, con la carretta. Sopra aveva un sacco de ciòpe de pan [7], una botticella di vino e in un cesto salami e formaggio. Ci mettevamo drio un siéson, all'onbrìa [8] a fare marendin [9].

– Si ricorda che vino avevate?

Di vino avevamo... c'era poco cabernet. Sennò quello che si aveva di più era il dolcetto e il raboso.

– Il dolcetto di che colore era, nero?

Nero, ma tendente al rosatello: non era un vino tanto duro, diciamo, era più amabile.

– Avevate vigneti specializzati?

No, no, niente vigneti: tutti filari con i pioppi; pioppi o sennò òpio [10].

– Anche pioppi? Le viti erano sostenute da pioppi?

Esatto, pioppi, perché quando era la stagione, prima che venisse il freddo, gli tagliavano i rami per dare le foglie alle pecore.

– Avevate anche pecore, allora?

Cosa? È per questo che bisognerebbe iniziare dall'inizio!

– E non stiamo cominciando...!

Alle femmine toccava filare el cànevo [11], il lino e la lana, in queste case. E quando avevano finito, in primavera, là... verso metà quaresima, facevano una festa 'ste femene. E per fare la festa, sa cosa facevano? Si facevano una gran calièra [12] di pestarèi. Sa cosa sono i pestarèi? È farina di granoturco e latte, con poca acqua: di tre parti, due di latte e una di acqua. Veniva come una panna.

–  E questa era la grande festa?

Quella era la grande festa che facevano le donne dopo aver finito tutta la filatura!

– La facevano d'inverno, allora, la filatura?

Cominciavano in agosto, a filare.

Le ho raccontato, quello che facevano in una casa, ma le case erano quattro, e sulle altre facevano lo stesso. Una volta era là a Calión e dopo a Fatuto a Furlan [13] e a Faon era uguale.

(Interviene il figlio Luigi) - Facevano da mangiare sempre su una casa solo. C'era uno che andava a fare le spese e c'erano le quattro donne che facevano da mangiare...

– La gestione era unica, c'era un unico "paron", diciamo.

Unico.

– Chi era il padrone?

Il padrone si chiamava Bepo, ed era il fratello de me poro nono; erano in otto fratelli, maschi.

– Perché era padrone di casa il fratello e non il nonno?

Si vede che era un po' più esperto, o più vecchio... no, non era mica neanche il più vecchio, era il quarto dei fratelli. (Figlio) – Era quello che sapeva contar i schei...   

Le femmine avevano una stanza grande, più grande di questa cucina, e là c'erano le scansìe [scaffali]... che, per le lenzuola, non occorreva che andassero a comprarsele, neppure le camicie o altro. La stoffa la portava a casa "el paron" quando vedeva che mancava, però la roba veniva fatta tutta in casa, perché sapevano tagliarsele ... e tutta una cosa così.

"Il mangiare" veniva fatto tutto su una pignatta a Calión e dopo le donne delle altre tre case, quando erano le 11,30,  partivano col bigòl [14] e venivano a prendersi il companatico e la minestra, perché pastasciutta non c'era mai, o rare volte, proprio quando c'era un battesimo, o qualche sagra... sennò era sempre minestra o minestrone, una roba così.

– Minestra con cosa era? / La minestra veniva fatta più che sia con la pasta, che avevano la macchinetta e se la facevano in casa. E come roba di carne... come roba di carname era tutta di casa. Formaggio e roba così veniva fatto tutto quanto in casa, da noi.

– Anche le vacche ammazzavate?

Una vacca o un toro venivano ammazzati quando venivano ammazzati

diciassette – diciotto maiali per fare i salami. Ma questi "porsèi", quello che pesava meno bisognava che fosse di oltre due quintali

– Così tanti maiali avevate? Tre quattro maiali per casa, allora?

Esatto, anche sei, su certe case.

– Qualche specialità vostra da mangiare, quale era? Qualche roba speciale...

Facevano o pollo in umido, o la oca arrosta, o un'anatra anatra quando era la sera di San Martino, sagre, qualche battesimo, roba così...

–  Perché la sera di San Martino?

Perché la sera di San Martino... i nostri vecchi dicevano: «trema el grando e anca el picinin», perché bisognava pagare l'affitto.

Ma non solo noialtri della nostra famiglia: la tradizione era! Tutti facevano una grande festa, tutto il Basso Piave... La sera di San Martino era una sera eccezionale! [15]

 


Le viti maritate ad aceri campestri e gelsi

 Cassetta 1986/25.a      –      https://youtu.be/nFCIUpAN0_E

 

Nella campagna della famiglia Martin, il sostegno delle viti – disposte in lunghi filari – era fornito da alberi, soprattutto òpi (aceri campestri) e morèri (gelsi), con i tralci sostenuti da filo di ferro.

 

– Su questi òpi e su questi pioppi, le viti erano "tenute su" con i ferri o si arrampicavano sull'albero?

No, no, coi ferri.

– Ah, aveva già i ferri... perché ho letto che nel secolo scorso [16] i filari erano senza ferri.

No, noialtri no, noialtri avevamo il filo di ferro. Ogni cinque metri c'erano quattro viti [“maritate” a] un òpio e formavano due filari vicini, avranno avuto neanche un metro di distanza. E dopo... su questi ferri delle viti si mettevano delle bacchette di òpio perché vi si potessero arrampicare i tralci nuovi che venivano su.

– Ma allora, i gelsi dove li avevate, per tutti quei bachi da seta?

Su certi filari c'erano i gelsi, non solo òpio. Di òpio ci saranno stati – in tutta quanta la terra – dieci filari, sennò cinquanta saranno stati con i gelsi.

– In mezzo, fra un filare e l'altro di viti, avevate cereali, cioè frumento e granoturco ... Da una “pianta” all'altra [17], la chiamavamo noi, in mezzo al campo ci sarà stata una distanza di quaranta metri... Perché, questo è il filare delle viti, ma non si veniva ad arare proprio vicino al filare, gli si lasciava un metro parte per parte, di prato.

– E quanto erano lunghi, questi filari?

Quasi un chilometro di strada.

Si aveva la ópièra, un volta la chiamavamo, dove si tenevano i gelsi apposta per sostituire un gelso quando era vecchio, e si andava a piantare quello giovane.

– Come si chiamava?

La ópièra ... sarebbe dove c'erano questi vivai di òpi e di morèri, la si chiamava ópièra e anche oggi la chiamano così.

– Su un pezzetto di terra, allora?

Sì, un tochéto,  poco più... come due orti, diciamo.

– Per fare gli incalmi [18]?

Sì, perché dopo bisognava incalmarli. – Guarda “dove mi ha portato”! [di cosa mi fa parlare!] –

Il gelso aveva il maschio che si seminava e si tiravano fuori le semenze che si seminavano e poi si piantavano le piantine. Non andavano mica a comprare, neanche le viti. Se le facevano loro con i radi [19].

– Li seminavano come, allora? dalla mora?

Dalla mora. Nelle more ci sono quei granelli là...  venivano asciugate e dopo venivano destregolae [20] .

– Le mettevano ad asciugare al sole?

Esatto, esatto.

– Facevano le semenze, insomma.

Venivano fuori... e servivano per fare queste “piantagioni” [21].


Coltivazione di canapa, lino e produzione di lana per l’autoconsumo

Cassetta 1986/25.a       –      https://youtu.be/bM6E0dtKqbQ

 

Le donne cominciavano a filare  in agosto,  e d'inverno avevano sempre da filare. Finita la filatura veniva el tessier [22]. Con la lana, la canapa e il lino più grezzo facevano una tela per le braghesse [23]  di  “mezzalana”, così dura che se gli si tirava una schioppettata non passavano neanche i pallini.

 

– Veniva questo tessitore apposta... era del paese?

No, veniva da Candelù ... e andava per le case. 

– E quanto stava a far questi lavori? 

Stava in casa anche una settimana.

– Dove dormiva?

Si aveva delle camere… dormiva e mangiava là. Poi con il "civanzo", con lo scarto della lana e della canapa, quando il tessitore aveva finito, che aveva scartato la roba che non gli serviva, chiamavano quello che faceva le corde.

Avevamo un prato lungo ... e lui faceva tutte le corde, di vari tipi: quelle per mettere i muserioi alle vacche, sa cosa sono i museriòi ? [24] … quelle per fare le cavezze per accompagnarle e le corde per legare i carri; faceva tre tipi di corde.

Aveva una manovella che girava e progressivamente allungava questi fili. 

– Come si chiamava?

 Noi lo chiamavamo el corder.

– Per fare questi tre tipi di corde aveva un attrezzo particolare?


Aveva degli attrezzi fatti sempre in cavalletti di legno, non  motorizzati. Tutto a mano. Un cavalletto lo metteva là, un altro qua. Lui tirava  [...] Tirava, andava agganciare là, e dopo li faceva andare attorno. Prima faceva tutti cavetti grossi così, e dopo li univa magari tre insieme, e dopo l'altra ne faceva cinque… finché venivano le corde grosse così, per legare il carro.

– Come si chiamava l'attrezzo?  

Lo chiamavano el cavaƚeto del corder.


Mentre el canevo [la canapa], il lino e la lana venivano filati con la corléta [filatoio].

Io – quando mia mamma, poverina, era stanca di spingere il piede – mi sedevo là vicino prima di andare a dormire, quando si era in stalla, dove si andava a fare filò, e con la mano l'aiutavo.

– Il lino, dove lo seminavate e quando lo seminavate?

Il lino veniva seminato verso la fine di maggio quando si rincalzava il granoturco: su una striscia seminavano a spaglio la semenza di lino. Veniva raccolto in settembre e ne veniva fuori, quando era asciutto e secco, un quintale, un quintale  e mezzo di roba.

– Quanto ne mettevate in tutta la campagna?

Un quarto di campo di lino e un quarto di campo di canapa; si metteva proprio una striscia apposta, un quadro, e veniva cambiato il posto [in cui si seminava].

– Quando veniva seminata la canapa?

La canapa veniva seminata come il granoturco, in aprile, e raccolta verso la fine di giugno: veniva matura prima.

– Si vede scritto a volte in archivio "casa con orto e canevàl", nelle carte del 1700.

Quello che sta dicendo lei… che non sia dove si andava a far marcire la canapa e il lino? può darsi che sia quello. Perché dopo bisognava metterla su delle “fosse morte”, che stesse là venti giorni. Quando  la canapa era marcia, nel mese di luglio, veniva tirata su dall'acqua e messa ad asciugare. 

– Dov'era il posto in cui la facevano marcire, vicino alla casa?


Ma non troppo, perché faceva odore, veniva come una cosa marcia.

– Quanto distante, allora?

A cinquanta sessanta metri. C'erano fossi dove c'era sempre acqua, perché noi avevamo le pompe a getto continuo là a San Biagio, bastava che andassero giù venti trenta  metri e veniva su l'acqua continua. Bisognava che el canévo restasse sempre coperto, per questo ci mettevano sopra dei pezzi di legno pesanti, perché non venisse in superficie e restasse sotto l'acqua a marcire.

Dopo, avevamo i gramoƚoni, li si chiamava così. Il gramoƚon, per darle un'idea, veniva con il manico così. Questo era il portico dove mettevano la canapa e il lino e lui qua faceva così, sgramoƚando, finché faceva tutti tocchettini di legno, finché non restava che la scorza.


Finito di gramolare c'era una piastra di legno che sarà stata 30 x 50 cm con tutti spunciòni fitti come  un pettine di ferro, per darle un'idea. Bisognava prendere questi mazzi di canapa, “buttarli e tirare” finché veniva  fuori tutto sottile e diritto. Dopo, lo scarto veniva recuperato, buttato via il "colame" più grosso, e quello veniva adoperato per fare le corde.

– Canapa e lino a volontà! 

A volontà. Dopo c'era la lana... però quella la portavano a far pettinare – quella non la facevano con i pettini – la portavano a Fiera, a farla pettinare, prima di Treviso. 

– Quante pecore avevate?

Di pecore ne avremmo avute una trentina.

– E servivano soprattutto per fare vestiti.

Sempre per fare i vestiti. Perché con la meglio stoffa, come anche di biancheria, di lino e canapa venivano fatte le lenzuola per le spose.

E quando c'era una ragazza da  sposare, che diceva “io il prossimo anno avrei da sposarmi”, allora in famiglia dicevano a un ragazzo “guarda che bisogna che ti sposi anche tu”. Non facevano mica il matrimonio per uno solo, perché per il pranzo di nozze veniva portato tutto sulla tièza. 

C'erano sessanta animali in stalla e gli toccava tenere la tièza che c’era sopra la stalla senza fieno.

– La festa veniva fatta sopra la stalla…

Sopra.

– C'era autosufficienza per i vestiti, vi arrangiavate con la roba della vostra terra?

Sì, ma mi stia a sentire, sempre roba grezza, roba giornaliera, di  mezzalana come – li chiamavano i crosàti – cioè le maglie che si mettono sotto: non c'era che facessero canottiere... tutta roba grezza.

Per la roba da vestiario, invece, acquistavano un taglio di un tipo e uno di un altro da... come si chiama... da Dal Prà a Treviso e dopo facevano venire el sartor [il sarto], per i ragazzi di 16-17 anni che si facevano questi  vestiti...

Tutti quanti, sarto, calzolaio, cordaio e il tessitore: venivano tutti in casa!


Profughi a Napoli dopo Caporetto

Cassetta 1986/25.b       –       https://youtu.be/XryKsgWGEtc

Nel 1917 la famiglia Martin, abitante vicino al Piave e a due passi dalla regia strada Callalta, fu costretta a lasciare terra e case e partire per l’esilio. Primo Martin aveva dieci anni.

 

All’epoca si abitava a Rovarè lungo la Callalta, la zona si chiamava “Fatuto”.

– Sulla destra o sulla sinistra, andando verso Ponte di Piave?

Da Treviso ad andare a Ponte di Piave è a sinistra, in mezzo c’è una ferrovia che veniva verso Fagarè e Ponte di Piave.

– La vostra casa era lungo la strada?

No, di là della ferrovia.

– E durante la guerra, eravate là.

Allora aspetti, mo’… tre giorni prima de San Martin… oramai erano venti giorni che avevano chiuso le scuole perché c'era la truppa che passava lungo la Callalta…

Io ero ragazzo, ragazzino e vedevo tutti questi soldati e mi chiedevo: ma dove andranno, pori fioi?

– Che giorno era?

In novembre era, che hanno fatto la disfatta di Caporetto.

Dicevo: guarda tutti questi soldati che camminano… noi ragazzini si era entusiasti.

C'erano quelli del “parco buoi” che andavano a sequestrare le bestie, e sono venuti anche a casa nostra. Erano montati a cavallo delle vacche e dei buoi e camminavano lungo ‘sta Callalta venendo dal ponte del Piave verso Treviso, per tre giornate.

Dopo – tutto a un tratto – bloccato. Marcia indietro. Perché, mi avevano spiegato degli ufficiali, che Cadorna aveva intenzione di fare la linea di sbarramento sul Po, invece dopo è venuto che l'hanno fatta sul Piave. Noi saremmo stati neppure a cinquecento metri dal Piave, e allora è successo che, quando hanno iniziato a tornare indietro, venivano dentro per la casa nostra, là, dentro per la campagna.

Una sera è venuto dentro un plotone di carabinieri e hanno detto a mio nonno: 

– Nonno (chiedevano al nonno, perché mio padre era soldato anche lui), dov'è che hai il pagliaio della paglia?

Avevamo una cucina larga e lunga come tutta quanta la casa qua. I carabinieri sono andati a prendersi la paglia nel pagliaio e se la sono messa da una parte e dall'altra della cucina, con in mezzo la tavola, e non hanno neanche disturbato.

Dopo, mentre stavano là chiacchierando, così, con un boccale di vino sulla tavola, ma un boccalone di quelli che tenevano dieci litri, è venuto dentro un capitano degli arditi. Ma quelli non chiedevano il permesso.

È venuto dentro, si è presentato là, sulla porta. Ha guardato attorno:

– Nonno, chi è che ha preparato questa paglia qui?

– Il nonno: poveri figlioli, devono dormire!

Il capitano si è abbassato, ha preso lo stiletto che aveva sugli stivali, l'ha piantato sulla tavola e:

– “Voi andate a trovarvi un altro posto, ha detto, perché questo serve a me!” E anche se erano carabinieri, hanno dovuto andar via, e dopo neanche un quarto d'ora sono entrati tutti quanti gli arditi e hanno preso il loro posto.

Il capitano è venuto dentro per ultimo e dice:

– Qua non c'è più vino, dov'è che hai la botte?

E il nonno: Vieni di qua fiol, vien de qua.

Tremava di paura perché, ciò, un vecchiotto ... e l’ha portato di là dove, in un sottoscala, c'era una botte da cinque ettolitri, una botte grande così.

Sotto, sa che le botti hanno el spinèl [25], ... mio nonno ha preso il boccale ed è andato per spillargli il vino, e il capitano dietro. Quando ha visto… può immaginarsi, col  spinèl, prima che si riempisse el bocal … tira fuori la pistola: tre quattro schioppettate… forata la botte! Alla mattina, gli arditi sono andati via, non so dove li abbiano mandati.

Verso le nove e mezza-dieci vengono dentro tre ufficiali. Non ricordo che grado avessero, e io tutto contento “guarda, ho detto, vengono qua soldati ancora”. Mi hanno detto:

– Bocia, dov'è tuo padre?

– Mio padre è militare, gli ho detto.

– E chi hai a casa?

– Mio nonno.

– Va a chiamarmi tuo nonno!

Era in stalla e sono andato a chiamarlo.

– Nonno, vien fuori che ci sono i soldati che vogliono parlare con te.

– Chi sono?

– Non lo so, sono montati a cavallo. E mio nonno è venuto fuori.

– Nonno, quel portico là bisogna che tu ce lo liberi: tira fuori i carri.

Perché sotto il portico c'erano carri, aratri, rastrelli, di tutto.

– Perché, fiol? ha chiesto il nonno.

– Perché ci occorre a noi.

– Si, ma io... 

– Beh, fai quello che puoi…

Dopo un'ora, un'ora e mezzo, è entrato uno squadrone di cavalleria e hanno tirato fuori tine [tini], tinassi, tutti quanti gli attrezzi che si adoperavano per l'agricoltura. Hanno tirato due corde metalliche da una parte all'altra del portico, e i cavalli ancora non ci stavano; allora hanno piantato una corda nel cortile, distante quattro metri da casa: da là a laggiù. Dopo sono andati sul solaio, che il solaio era pieno di pannocchie, e hanno preso la pala di legno – che una volta si aveva quella paƚota di legno apposta per mischiare le pannocchie – e là… butta fuori pannocchie per il balcone, per dare da mangiare ai cavalli. Questi soldati dicevano: – Nonno non andare via, non andare via perché fra due-tre giorni i tedeschi passano e tu resti qua. Era il 7 o l'8 di novembre.

Invece dopo, l'11, il giorno di San Martino, quando erano le tre e mezza-quattro è entrato un plotone di carabinieri con il fucile e la baionetta innestata:

– Via da qui, via, via… perché c'è l'ultimo treno che parte da Spercenigo.

Mia madre ha chiesto: – Ma dov'è che ci portate?

Stava cucinando la oca per la festa di S. Martino e gli è toccato lasciar là tutto sulla pignatta, tutto il pollame ... bestie, piena la stalla. Ci hanno portati a Spercenigo e siamo saliti sul treno. Abbiamo chiesto:

– Dov'è che ci portate?

– Eh, han detto: appena di là di Treviso, un po’ prima di arrivare a Padova.

E sa che abbiamo corso tre notti e tre giorni. Ci hanno portato a Napoli!

– Appena di là di Treviso, proprio!

Era una tradotta che aveva tre macchine a vapore, perché aveva preso su gente da tutto il territorio, anche quelli del Friuli, non c’erano solo i nostri.

Pima di arrivare giù, una macchina è rimasta senza carbone quando si era a Ferrara, giù per quelle campagne là, che ci sono quei vigneti con i pali. Hanno fermato e sono andati a levare i pali delle viti per far fuoco sulla macchina del treno.

Le ho detto che ci vorrebbe una giornata a raccontare tutto!

E dopo, a Napoli, quando siamo arrivati ci hanno messo sulle case dell'Ospizio Marino, lo chiamano, e siamo arrivati come questa sera verso le sette e domani mattina ci hanno messo a dormire su un salone. Si era cinque figli, e mia madre fa sei.

Alla mattina passava il dottore a fare la visita e ha trovato un fratello mio, quattro anni più giovane, che aveva tutti gli occhi rossi.

– Questo qua, ha detto, bisogna portarlo sull'ospedale.

Mentre lo portavano via, mia madre si mette a piangere. Il dottore le ha detto:

– Signora, mettiamo un cartello sulla porta, che lei non viene disturbata. Finché suo figlio non guarisce, lei da qui non si muove.

Dopo hanno iniziato a venire dei signori a portare caramelle a questi profughi, anche roba da vestire. Al terzo giorno che si era là, ormai si era lusingati, quando si vedevano questi gruppetti di signori si correva là per prendere qualcosa. Un dopopranzo, verso le tre, un signore grande come mio figlio, così, più grosso un poco, mi fa:

– Vieni qui, bocia, vieni qua.

Mi sono avvicinato, credevo che mi desse qualcosa, invece mi chiede:

– Dov'è il papà?

– È militare.

– Tua mamma, dov'è?

– È dentro in sala, in camera.

– In quanti siete?

– Siamo in cinque.

– Vammi a chiamare tua mamma…

– Màre! Vieni fuori che c’è un signore che vuole parlare con te.

Mia madre è venuta fuori, con le lacrime agli occhi, e lui dice:

– Signora, guardi, se lei accetta... ne ho trovati già degli altri, ma avrei ancora posto per un poca di gente… E questo “sior” era il principe Colonna di Napoli! A Posillipo c'è l'Ospizio Marino [26], e l'avevano vuoto. Il principe ha detto:

– Prepari quel po' di robe che ha e io vengo qui col tram (che allora là c'erano i tram che circolavano) e vi porto là. Mia madre ha detto di sì, e là siamo rimasti.

Dopo, quando siamo tornati…

– Tutta la famiglia? In quanti eravate là?

Era il ramo di mia madre solo perché tutti gli altri si erano sparpagliati. Non ci siamo riuniti che nel 1919, quando siamo tornati, dopo la guerra.

– Com’era la situazione, a casa?

Quando siamo tornati, abbiamo trovato tre baracche. La casa era sparita, solo quella di Calión e quella di Faón erano rimaste in piedi, ma era rimasto in piedi solo lo scheletro delle case … sennò i militari, o per far fuoco, o per fare i ricoveri e i rifugi hanno tirato via tutti i solai, i balconi, le porte. Era sparito tutto.

– La campagna come era, c’erano ancora bombe?

La campagna? Non si poteva neppure uscire finché non è passato il rastrellamento…e prima di congedare i prigionieri tedeschi gli hanno fatto fare il rastrellamento.

Ma saremo stati tre mesi sotto sorveglianza, con le sentinelle dei militari che non ci lasciavano andar fuori, perché c'erano munizioni dappertutto.


Io gli sono scappato diverse volte, ho visto un poca di terra mossa, ho trovato una bomba a mano “signorina”[27]. Sa com'erano le “signorine”? Non erano come le “Sipe”[28], erano un pezzo di legno lungo così, con un bussolotto come quelli della birra e nella punta c’era un'elica. Io avevo visto gli altri soldati come facevano ... l'elica aveva ’na s–cionèa [29]: bisognava tirarla via. Quando veniva lanciata con il manico e cadeva, l'elica aveva un percussore che andava a battere la capsula e scoppiava. Così, quando ne ho trovata una, ho fatto anch'io come avevo visto fare gli altri, perché quando si è boce si imparano le malagrazie alle svelte. Ma ho preso tante di quelle pedate sul culo, quando hanno sentito questa schioppettata!

Era sul mese di settembre del 1919 e i prigionieri tedeschi dovevano ancora finire di bonificare la terra. Ci è toccato aspettare la primavera prima di poterla lavorare. In tutto l’autunno e l’inverno non abbiamo potuto fare niente. E avevamo le viti e i gelsi che per la maggior parte erano tutti quanti falciati ad altezza d’uomo, perché i combattimenti erano venuti anche oltre il Piave e noi si era a cinquecento metri dall'argine.

– Allora avete cominciato a seminare nel ’20, nella primavera del 1920?

Ecco, là, nel ’20.

– Granoturco?

Esatto!

 

1921-1928: da Rovarè al Montello 

passando per la bonifica delle Sette Sorelle e la malaria

 

Cassette 1986.25b / 1986.26a      –     https://youtu.be/Yb3Ppf-cuhU                                                            

Poco tempo dopo il ritorno dalla profuganza la grande famiglia dei “Martini” si divise. Il ceppo famigliare dell’intervistato si trasferì in comune di  San Stino di Livenza ai bordi della palude delle Sette Sorelle tra la ferrovia e la strada Triestina, in una campagna condotta a mezzadria i cui terreni erano già bonificati.

 

Nel 1921, noi che si era là a Faón, si avevano tre baracche e dopo le cooperative hanno rifatto i solai e rimesso a posto tre case che erano rimaste col tetto. La quarta, invece, quella che era nel paese che si chiama S. Bortolo [30], era stata annientata completamente.

– Allora come avete fatto?  Non c’era più posto per tutti…

Ci siamo divisi, perché – come dice lei – non c'era più posto. Mio povero padre con mio fratello più vecchio hanno preso una campagna giù sul palù delle Sette Sorelle.

Sa dov’è?

– Vicino a San Stino.


Là, tra la ferrovia e la Triestina. E là, il primo anno è andata ancora il manco peggio, dopo è venuto che Mussolini ha fatto la Bonifica, che ha tirato a bonificare la palude delle Sette Sorelle e abbiamo preso la malaria.

– Penso che la prendevano un po’ tutti, là...

Esatto, ma noi che si era da qua [31] siamo stati i primi, perché quelli nativi da là era meno facile che la prendessero.

La campagna che si aveva noialtri era due metri sotto il livello del mare, ma all’esterno della palude e tutta arginata, e c’era un manofato  [32] che buttava fuori l’acqua, quando pioveva.

Erano ottanta campi di terra di proprietà di un capitano di artiglieria di Trieste e si lavorava a mezzadria.

– Allora era terra buona, quella.

Su certi posti, come raccontavo anche a mio figlio, c’era la torba, e ci diceva il gastaldo, perché lo chiamavano il gastaldo noialtri: “non state andare ad arare sulla terra nera, perché guardate che si piantano i buoi”.

Invece mio fratello Virginio ha detto “dai, dai, che ariamo anche là”, ma dopo aver fatto il primo giro, sul secondo giro della vassóra [33] – che si aveva una vassóra bella pesante – ha iniziato a venir su l’acqua e i buoi iniziavano a piantarsi. Per fortuna che si aveva un paio di buoi che erano proprio di quelli della bonifica, che hanno fatto presto a saltar fuori, però su quel punto non siamo più andati.

La torba era una terra che non occorreva neanche metterci né grassa [34] né niente. Per alcuni anni vi abbiamo messo anche una meonèra [35] e venivano fuori di quelle angurie che, senza neanche coltarle [36], si faceva fatica a girarle da quanto grosse erano.

– Quanti anni siete stati a San Stino?

Là siamo stati quattro anni. Siamo andati a prenderla in possesso a San Pietro [37] di quest’anno. È andata bene tutta l’invernata, ma dopo, dal Ventisette venendo al Ventiotto, è venuta la borìda – la chiamavano la borida loro – che il Livenza aveva rotto.

Noi si credeva, siccome eravamo arginati… e invece ha rotto gli argini proprio là da noialtri. Ci è toccato portare le bestie sul terrapieno della ferrovia che da San Donà va a Trieste, e hanno dovuto fermare anche il treno, perché si avevano tutte le bestie sopra. Dopo sono venuti gli ufficiali dell’esercito e ci hanno detto “guardate che ormai l’acqua più di così non alza, potete rimettere dentro le bestie in stalla” e abbiamo riportato le bestie in stalla.

Però, siccome nel Ventiotto cominciavano a far sta bonifica [38], è venuta la malaria.

Io, visto che uno prende la febbre malaria, quell’altro anche, ho fatto un fagotto delle mie strasse, l’ho messo su un sacco dietro la bicicletta, perché allora non c’erano valigie, e sono tornato a Calión, che c’erano ancora i nostri vecchi della famiglia.

Sarà stato verso febbraio marzo del 1928.

Quando abbiamo finito de bàtar formento [39], in luglio, ho detto a “me barba Doro” [40]: “Barba, digo, dai che domani andiamo a trovare i fratelli laggiù, e vediamo come stanno”.

Da San Biagio a Loncon sono quasi novanta chilometri di strada. Siamo andati giù in bicicletta, una domenica, e quando sono arrivato – erano le dieci e mezzo circa, con un sole che bruciava le pietre – erano tutti quanti con la giacchetta, vestiti da inverno, e tremavano tutti: i miei fratelli, mio padre, mia madre, mia nonna, le mie sorelle… tremavano tutti per la febbre malaria.

Mia madre quando mi ha visto imboccare la stradina mi è venuta incontro piangendo.

– Fiol, scanpa via, scanpa via suìto.

– Ma cosa c’è?...

– Ti prendi la malaria anche tu e non torni neanche più a casa.

– Ma almeno lasciami almeno venire dentro, mi darai qualcosa da mangiare!

– Guarda… vai sul forno della cucina economica, la c’è pesce, piòto rosto [41],  anatra, quello che vuoi … che nessuno mangia più niente.

Allora ho detto a me barba, che era il padre di Iseo e di Abramo: “quello che c’è mangiamo!”. Quando siamo tornati a casa e me barba Mosè mi ha chiesto “come è, bocia, laggiù?”, mi sono messo a piangere e gli ho detto “là mi muoiono tutti”. “Ma sei matto?”. Gli ho raccontato quello che avevo visto e… “bisogna che domani l’altro – al martedì [42] lui aveva sempre occasione di andare a Treviso – tu vada a cercare un mediatore. Bisogna trovare una campagna, tirarli via da là, sennò quelli là… domandate qua a vostro fratello Doro”.  “ Sì – conferma il fratello – se li vedi, fanno pietà”.

Barba Mosè al martedì è andato a Treviso. In piazza dei Signori ha trovato un mediatore da San Biagio, un certo Poloni, e gli ha detto: “Giulio, sta attento, ho una famiglia giù sulle bonifiche. Sono là pieni di malaria. Hai una campagna da poterli tirar su, da risanarli?”.  Il mediatore ha chiesto a un suo collega: “Sai che mi hai raccontato che hai una campagna sul Montello, l’hai ancora per le mani”? “Sì, gli ha detto, non sono proprio sicuro, ma comunque sabato vengo a trovarti, e te lo saprò dire”.

Al sabato di sera, che si stava cenando, è arrivato ‘sto Poloni da San Biagio … non gli occorreva che domandasse dove abitassero i “Martini”, perché erano conosciuti fino a Treviso, dappertutto. È venuto là su cortile e siamo andati fuori io e me barba Mosè.

– Ah, Mosè, ha detto, è questo el tosato? / – Sì.  

– E allora, comprali [i campi sul Montello].

E ha aggiunto: “Sta attento… guarda che la casa è ancora libera, però se siete disposti, domani di mattina alle nove bisogna che siate in piazza dei Signori, là dalla statua dell’Italia, che là c’è la macchina e andiamo su insieme a vederla, con la terra e tutto”.

Siamo andati a Treviso e là abbiamo trovato la macchina e siamo venuti su. Venendo su per Nervesa, per la Panoramica, il proprietario abitava basso, ai piedi della presa 6, perché sa che sul Montello sono tutte numerate, le  strade. Quando che siamo arrivati sulla 6, neanche duecento metri da fare un po’ in salita sul Montello, c’era la sua casa. Siamo andati là e abbiamo trovato il padrone.

– Chi  era questo padrone?

Era Manzioli, un certo Mario Manzioli, che era benestante, aveva 200 campi di terra; anche dove c’è la trattoria di Sbeghen, quella era sul territorio suo.

– Che mestiere faceva?  / Lui viveva altro che di rendita.

Il mediatore gli dice: “Guardi, c'è questo ragazzo qua che ha una famiglia così e così, che si trovano laggiù, pòri fioi, e avrebbero bisogno di trovare una campagna”. 

‘Sto sior mi chiede “ma in quanti siete”?  

– Siamo sette maschi e due ragazze.

– Orco, el ga dito, la casa è grande lei, ma guarda che non c'è mica tanta “terra di coltivazione”, sai, là dove andrai.

– Beh, ho detto, andiamo a vedere . 

Io, tra di me, pensavo: “va ben, perderò un raccolto… ”, che là in bonifica venivano le pannocchie che bastava buttare il granoturco in mezzo alla torba e cresceva da solo, non occorreva fargli niente, e il sorgo lo si seminava come si va a seminare il frumento, il sorgo da scope.


“Sì, sì, andate su a vedere”, dice il padrone  “e dopo quando tornate indietro sappiatemi dire cosa avete deciso”.

In macchina siamo venuti fino all'inizio della strada numero 12 e dopo siamo andati su a piedi. Saranno, da basso fino a Sbeghen, due chilometri di strada.

Questo sior Manzioli aveva interesse a trovare un fittavolo anche perché gli toccava pagare el boèr, che c'erano sei bestie in stalla: un paio di buoi e quattro vacche. Ma alle vacche bisognava alzare la coda per vedere se erano vacche o se erano buoi, sennò non gli si vedeva neppure   el scarpo [43], dunque può immaginarsi quanta latte veniva  fuori. Guardiamo di qua e di là: tutti bari de róe [44]... Di agricoltura, su trenta quaranta campi che si avevano sul nostro territorio ce ne saranno stati tre che si poteva lavorarci. Però c'erano certi posti con un'erba che si chiamava la frésa che bastava ararla, diciamo, e dopo concimarla.

– Come si chiama 'sta erba? / Frésa o fiélse.

– Che sarebbe in italiano? / Le felci, in italiano.  /– Ah felce!

Dopo aver visto la situazione, mio zio ha detto: “Primo, qua, quando avrete recuperato, riuscirete a fare qualcosa”.  Torniamo indietro e diciamo al padrone che la tenga in riserva quattro cinque giorni “perché mio padre, mia madre e i miei fratelli non sanno mica che io sono venuto qua. È una mia iniziativa”.

Ben – ha detto – “fai venir su tuo padre e i tuoi fratelli che vengano a vedere, e dopo ci mettiamo d'accordo”.

… E adesso viene fuori bella!

Torno a casa, a San Biagio, mangio a mezzogiorno e vado un po' a riposarmi, che era caldo. Poi sono andato giù in bonifica e ho detto ai miei: “State attenti, guardate che io stamattina sono andato sul Bosco del Montello e là c'è una casa libera. È una casa con tante camere, una casa di tre piani”.

C'erano solo mio padre e mia madre, gli altri erano a letto con la febbre. Era anche abbastanza tardi, ormai, sarà stato verso le sei e mezza di sera.

Mia madre inizia a piangere: “Dove mi porti, figlio, sulle  montagne, per farmi morire”. Me poro pàre le dice: “Màbie – che aveva nome Amabile, mia  madre – guarda che sul Montello ci sono anche i castagnèri, ci sono anche le castagne, sai”!

Dopo andiamo a chiamare i due miei fratelli più vecchi, Toni e Virginio, ma non sono stato capace di convincerli di venir via, né i fratelli e neanche mio padre.

Allora, il Signore mi ha ispirato.

“Ben digo, domani mattina bisogna che i fratelli vengano lo stesso”. Perché ha detto mio padre? “Perché me barba Mosè ha detto che – ecco l'astuzia! – abbiamo ancora dei conti da fare, da quando ci siamo divisi”. “Ah bon, allora sì bisogna che vengano”. Io non gli avevo detto che bisognava che venissero sul Montello, perché sennò neppure si muovevano…

Al lunedì mattina, alle otto e mezza-nove, siamo partiti da Loncon. Per  strada gli è venuta due volte la malaria. Ci è toccato andar dentro dalle famiglie dei contadini e farli mettere a letto per riscaldarli, per far in modo che gli passasse un po'. Insomma sono arrivato a Calión che era l'una e all'una dovevano essere a Treviso per incontrare ancora quel mediatore, che andassero su anche loro a vedere e mettersi d’accordo col padrone e dicessero sì o no.  

Quando siamo arrivati me barba Mosè era là che camminava dietro e avanti sul cortile: – Oh bocia, sono questi gli  accordi?

– Barba tacete, gli ho detto, guardate che ci toccato così e così... ci è toccato fermarci due volte sulle case perché gli è venuta la malaria. 

– Ben, venite dentro, bevete qualcosa, che dopo bisogna che andiamo via.

E in bicicletta sempre, sono partiti. A Treviso hanno trovato il mediatore e sono andati a vedere il posto sul Montello. Quando  sono tornati indietro sono andati a dire al padrone che anche loro accettavano di venir su. Allora Mario Manzioli ha detto ai miei fratelli: andate a Calión con vostro barba, ma domani mattina, che è martedì, non state andare a Loncon, venite a Treviso che facciamo il contratto di affittanza di mezzadria, così tuo fratello può venir su, e io non devo più pagare el boèr.

– Ma avete fatto un contratto di affittanza o di mezzadria?

Di mezzadria, come mezzadri.

– Trenta campi… quanti campi erano?

Trentotto campi, erano.


Lavorare la terra sul Montello fra le due guerre

Cassetta 1986.26a      –     https://youtu.be/G6yDzHXTkyo

Poco prima del Natale 1928 Primo Martin arriva sulla presa 12 del Montello, nei 38 campi presi a mezzadria da Mario Manzioli. Per alcuni mesi vive da solo e governa il bestiame del padrone. Nella primavera del 1929, concluse le ultime pratiche previste dal contratto della campagna precedentemente lavorata nella terra di bonifica delle Sette Sorelle, viene raggiunto anche il resto della famiglia. Si può così iniziare il dissodamento del nuovo terreno, in quello che fino al 1797 era stato il Bosco di roveri della Serenissima, passato poi al demanio dello stato italiano e diviso in quote a favore dei poveri della zona con la "Legge Bertolini" del 1892. Il terreno impoverito dal disboscamento si rivelò di qualità infima. Molti neo proprietari lo avevano venduto a possidenti del luogo, altri mantennero la loro quota per portarvi a pascolare il bestiame o raccogliere i pochi frutti spontanei che si potevano ricavare da questa "terra meschina" (Martin). Non bastasse, nel 1917-18 il Montello era venuto a trovarsi nella prima linea della Grande Guerra.

 

– Come avete fatto a sistemare questo terreno, che era tutto incolto?

Più che sia era bosco… la prima terra che abbiamo fatto: tutto col piccone!

In un inverno abbiamo fatto sette campi.


– In un inverno, tutta la famiglia, col piccone… con delle zappe particolari, come erano?

Sa cosa è el manarasso ? Avevano le punte come quelle di un “manarasso”. Un poco più larghe…

– Erano piuttosto pesanti..

Eh… non tanto pesanti…

– E con quelle avete fatto tutto?

Tutto… dove non si poteva andare con le bestie. Sennò con i buoi e con le vacche avevamo il “voltaorecchio”, che l’ho ancora qua, dietro casa.

 – Che attrezzo è?

(Figlio) È un varsore che si tirava con le bestie e che si girava con una manovella… ha due varsori, e si girava in modo che la terra andava sempre da una parte e gli animali camminavano sempre sullo stesso solco, andare e tornare.

(Primo) Io sono venuto quattro cinque giorni prima della vigilia di Natale. Sono venuto qua io da solo per prendere il posto, come le dicevo prima, di questo boèr, per dare da mangiare alle vacche.

– Le vacche di chi erano?

Erano sue di Manzioli, del proprietario, quelle. A mezzadria, perché anche la stalla era a mezzadria.

Sono stato per quattro mesi da solo, e gli altri della famiglia sono venuti su verso la fine di marzo; prima gli è toccato aspettare la disdetta laggiù in bonifica, dove avevano seminato anche il frumento, ormai.

Qua ero io da solo. Mi arrangiavo a farmi da mangiare e andavo a “fare la bottega”, nei primi tempi, basso dove là, al "Cippo degli Arditi”, da Zaccaria. Dopo avevano fatto un esercizio quassù a Santa Maria, e allora venivo a fare la spesa qua.


Quando sono arrivati gli altri della famiglia io ormai avevo già fatto amicizia con alcuni da Santa Maria [45] … perché quando vedono uno straniero...

– Mi pare che erano un po’ tutti, stranieri, a Santa Maria…

Esatto, qua di nativi neanche uno.

– Ma quelli che c‘erano prima della guerra, dove erano? Perché il Bosco l’hanno tagliato verso il 1892 e fino alla prima guerra mondiale dovrebbe essere stata lavorata questa terra, o no?

Allora guardi, come questa casa qua, prima della guerra mondiale era proprietario uno di Nervesa …

– Contadino o padrone?

No, era padrone. Ma teneva la casa per venir su d’estate a pascolare le vacche. Non c’era altro che, una camera un po’ di stalla, e basta.

– Come mai voi avete trovato praticamente libere le campagne, qua, dopo la guerra?

Perché quando hanno tagliato il bosco c’era la popolazione che era iscritta sull’elenco dei poveri ai quali veniva data una “quota” di terreno, che una “quota” sarebbero cinque–sei campi di terra.

– Allora, la maggior parte della terra dell’ex Bosco l’hanno comprata o l’avevano in affitto i poveri…

Non comprata, regalata, regalata!

– Dopo, questi poveri, dove sono andati a finire?

Questi poveri, come le dicevo… quello che lavorava questa terra dove sono io era uno da Nervesa, e aveva anche una famiglia numerosa. Ma la campagna non rendeva … in quegli anni là non veniva niente. Se piantavano il granoturco quando nasceva moriva, se non pioveva. La terra era buona finché era bosco, ma dopo…

Non sa che il Montello, lei se vuole leggere la storia… si chiamano i ferretti del Montello.

– Dovevo proprio domandarle di questi “ferretti”.

Si chiamano “ferretti” perché si trovano delle vene nere: quelle si chiamano ferretti.

Sono vene di terra che non servono neanche a far pietre, perché avevano anche provato con una fornace.

I proprietari delle “quote” non avevano da vivere. Pochi si sono fatti la casa, pochi sono riusciti a restare.

Perché anche dai paesi qua basso ce n’erano di quelli che venivano su, che venivano – per modo di dire – ad arare e mettere qualcosa. Ma il primo anno – due… e dopo se non portavano su il letame non cresceva niente.

– È una terra che ha bisogno di tanta concimazione, voi ci riuscivate a concimarla perché avevate una buona stalla…

Esatto, però non bastava il letame, ci volevano anche i fertilizzanti. Perché anche sul granoturco bisognava dargli nitrato di calcio…

– E adesso, come adesso, è fertile questa terra o è sempre uguale?

Sempre uguale, e anche peggio. Una terra povera, una terra meschina la è…

– Allora per voi non è stata una fortuna essere venuti qua?

È stata una fortuna per la salute… E dopo, sennò, io … ecco là [indica il primogenito Luigi] quando aveva tredici anni è andato a Roma, ecco...

(Figlio) … a lavorare..

– A tredici anni?

Eh ciò...

– Quanti figli ha avuto, lei? [Chiedo a Primo]


Sei.

– Si è sposato con una qua del Montello?

Era venuta ad abitare sul Montello, però venivano su da Camalò.

– Proprio non ce n’era uno di contadino abitante stabile della zona!

Qua che abitavano nella zona, c’erano soltanto i Favretto. Lui era qua anche in tempo della guerra del “Disdoto”–1918. È della mia classe [1907]

– Come si chiama?

Ernesto, Ernesto Favretto [46].

(Figlio) Gli hai raccontato della faccenda dei castagneri che dovevi innestarli e che dopo facevi cambio merce?

– Mi dica dei castagneri [castagni]

Quando sono arrivato su questa campagna, la si “tirava” ad agricoltura, ma dove c’era una pianta di castagno, la si lasciava là, e dopo li abbiamo innestati. Ancora del Ventinove li abbiamo innestati su dei bei rami grossi, e dopo tre anni già facevano produzione di castagne.

– Chi vi ha dato le talee buone per l’innesto?

Siamo andati a prenderle sulla Monfenera.

– Da un contadino o c’era un vivaio?

No, no, dove c’era il bosco…

– Andavate per conto vostro, senza domandare niente a nessuno?

No, si chiedeva dove ci lasciavano prenderle.

… E allora adesso, di questa stagione qua [fine ottobre], proprio in questa settimana qua che andiamo, si facevano otto dieci quintali di castagne, si andava in prestito della mula del povero Vincenzo Guzzo e si andava giù per nostri paesi là a San Biagio. Si cominciava a Breda, Pero, Cavrìe, Rovarè, Fagarè … Si andava da questi contadini che prendevano chi trenta, chi venti, chi cinquanta chili di castagne “per i Morti” o per la “cena di San Martino”.

Ma non le si vendevano per soldi. Si barattava… noi gli davamo un quintale di castagne

e loro in cambio ce ne davano uno di granoturco, ma in grano, non pannocchie.

– Era buono come baratto, mi pare.

Sì, perché erano una rarità per quei paesi, le castagne, e allora loro erano tutti contenti e noi si era più contenti di loro.

– La proporzione era quella: un quintale di castagne, un quintale di granoturco.

– E dopo i primi anni – dovrebbe ricordarsi anche mio figlio – quando facevo anche diciotto - venti quintali di patate, si faceva cambio un quintale di patate con uno di granoturco.

 (Figlio) È una buona terra da patate, qua...

– Come mai per le patate la terra del Montello rende?

Perché la patata, sulla terra magra così, non s’inerba tanto; noi gli si metteva letame e lei si ramificava sul letame.

– Bastava letame o ci mettevate anche chimica?


Alle volte gli si metteva anche un po’ di calciocianamide[47], sotto, che era quel negron…


                                                            

In quelli che erano i miei primi anni di ricerche sul campo ebbi l’occasione di incontrare discendenti di altre due famiglie contadine patriarcali. Riporto in questa sede anche i loro racconti.   

 


Famiglia patriarcale a Sant'Angelo, frazione rurale del comune di Treviso: 

la divisione del lavoro

"El paron de casa" su tutti. Lavoro comune nei campi. Lavoro a rotazione: donne cura della casa e degli animali da cortile; uomini cura della stalla e del bestiame. Questa l’organizzazione di una famiglia patriarcale trevigiana abitante in riva al Sile. Interviste in dialetto registrate nell’abitazione dei testimoni il 23 dicembre 1984 e il 27gennaio 1985. Trascrizione in lingua italiana.

https://youtu.be/dPtPenWxwcM     

1 - Maria Reato, 1913 e Eugenio Franceschi (Gènio Condota), 1909.

Cassetta 1984.1b  – 23 dicembre 1984        

(Maria) Eravamo sei sette donne, ma quelle di giornata non lavavano.

– Cosa s'intende per di giornata?

Fare i mestieri di casa. Ogni giorno una donna diversa faceva il lavoro, di cucina; oggi toccava a lei, domani toccava a ...

– Quante famiglie eravate?


Una solo.

– Composta da chi?

(Eugenio) Diciassette persone. Io avevo un cóo [48], mio fratello Vittorio aveva moglie e figli, Angelo aveva figli, e dopo c'erano due ragazze da sposare.

– Eravate tre nuclei familiari dentro la stessa casa.

Sì, e quattro con le due tóse.

– Con i soldi, come facevate?

Tutto insieme, cassa unica.

– Chi comandava?

Io tenevo la contabilità... (Maria) Dopo che è morto tuo fratello più vecchio…

– Quello che è morto sul Sile?

Sì.

– Ma prima ancora, quando eravate giovani

(Maria) C'erano suo padre e sua madre.

– Il capofamiglia, chi era?

Suo papà, Franceschi Antonio.

(Eugenio) Fino al '37 c'era mio padre e dopo ... segnare tutto, l'uscita e l'entrata: tanto andava speso, tanto si prendeva, e poi si faceva il totale.

– I soldi, chi li metteva via?

Tutto in comunità. Io li tenevo, segnavo.

– Per curiosità, non avreste un libretto dei conti, quelli in cui segnava entrata e uscita?

È poco che li abbiamo buttati via ...

– E dove li avete buttati?

Buttati via, bruciati. Sai quando? Quando dalla casa vecchia siamo passati di qua, in quella nuova.

2 – Maria Franceschi e il fratello Gino Franceschi (Chéchi Condota), 1929

Cassetta 1985/15.a,  27 gennaio 1985      

https://youtu.be/dPtPenWxwcM?si=mPhCEvr_XynX-ZbB&t=156


– Mi spieghi come funzionava quando eravate "di giornata".

(Maria) Ognuna faceva il suo giorno. Le bestie, lavare i piatti... Ad esempio mia zia Antonietta era addetta al mangiare e alle spese: andava a Treviso, in piassa… quello che serviva. E a quella cui toccava il suo giorno bisognava anche che preparasse la merenda, che lavasse i piatti, che facesse da mangiare a mezzogiorno. E poi dare da mangiare alle bestie, che una volta c'erano i maiali, i pulcini...

– Non alle vacche?

No, animali da cortile, cioè maiali, galline, piòti, oche, anatre. Perché una volta, c'era il Sile che arrivava fino a qua, e le anatre andavano sul Sile. E … ciama 'ste anare… era quello il lavoro! Poi preparare la cena, fare la polenta che ci volevano due donne a sartarla [49], sempre in due, una da sola non ce la faceva.

Se dopo avanzava qualche ora, lavava magari la propria roba, quella del suo gruppo, del suo cóo, per capirsi.

– Non andavano nei campi?

No, quelle di giornata, niente.

– Quante ne restavano a casa?

Una, a casa, e le altre tutte nei campi.

– E per fare a ìssia [50], invece?

Tutte!

– Ogni quanti giorni facevate a issia granda?

Dipendeva, anche ogni due mesi. Facevi bollire la cenere…

– D'inverno, magari, facevate ogni due mesi...

Eh… anche d'estate, perché c'era da fare! Ammucchiavano là e facevano la ìssia ogni due mesi, la ìssia del mastel grando. Lavavano il necessario, perché non avevamo mica tanta robe da cambiarsi.

E quella di andar trovare da mangiare ai conigli per vestirsi, non la sai?

– Chi faceva questo?

Tutte, perché la famiglia non ti comprava niente, dovevamo pagare l'affitto, e allora per vestirsi bisognava tener conigli.

– Le ragazze?

Anche le donne, e le ragazze davano una mano: intanto che gli uomini i 'ndà a butàrse [51], noi andavamo a trovare erba, foglie di acacia, foglie di salice, quello che capitava, per i conigli.

(Gino) …Come oggi che è domenica, se non gli toccava il servizio giornaliero festivo, come le donne, lo stesso per gli uomini: uno stava a casa una domenica, un altro l'altra domenica. Bisognava andare a messa e vespero, e anche si andava volentieri. Dopo si fermavano a giocare – se era d'estate – la borella, le bocce; se era d'inverno le carte, tredeson, scopa...


– Uno restava sempre di guardia, a casa.

Per forza: mungere le bestie, governarle, dargli da mangiare ... a quest'ora le stavi mungendo.

– In questa maniera riuscivate ad andar d'accordo abbastanza?

Una festa ciascuno.

– O c'erano grosse discussioni?

No, non ce n'erano: una volta ciascuno. Oggi è domenica, vado a messa e vespero. Se dopo anche quello che era di giornata con le bestie voleva andare a vespero faceva in tempo ad andare, però dopo gli toccava venir casa subito.

Perché a vespero andavano tutti, una volta: i ragazzi con questi capelli tirati a coda, e giù olio e brillantina; li vedevi, eleganti. Era così, la moda.

Andava a vespero, se voleva, ma dopo gli toccava venir a casa a governare le bestie.


NOTE




[1] I bozzoli dei bachi da seta (i cavalieri).

[2] Le onoranze, ovvero "obblighi colonici", regalie al padrone: erano un retaggio feudale abolito solo con la legge 1094 del 4 agosto 1948.

[3] Un’oncia era pari a 30 grammi di semi, ovvero di uova della farfalla Bombyx Mori. A sua volta l’oncia poteva essere divisa in quarti, cica 7,5 gr, quanto era contenuto in un "ditale". (Post del 6 aprile 2018 su “Seta, silk serico” https://www.facebook.com/Setasilkserico/ consultato il 30 agosto 2026).

[4] Gelsi.

[5] Fienili sopra la stalla.

[6] Sostegni per le lettiere dei bachi da seta. Video https://youtu.be/Rbtn_fvKCM8?si=7vuamftIuP0gEeLg

[7] Di pagnotte.

[8] All'ombra di una grande siepe.

[9] L'alimentazione dei contadini trevigiani, nelle lunghe giornate dei lavori estivi (prima del trattore) prevedeva generalmente, dopo una veloce ciotola di caffè – spesso di orzo – appena alzati, due importanti momenti oltre a pranzo e cena: ‘a marenda al mattino e el marendin a metà pomeriggio. Ascolta la testimonianza: https://youtu.be/kXRWyw36r3o

[10] Acero campestre (Acer campestre).

[11] La canapa.

[12] Paiolo.

[13] In altre parti dell’intervista manca il termine Furlan ed è ricordato due volte Faon.

[14] Bigòl: «stanga ricurva con gancio alle due estremità per il trasporto delle secchie d'acqua, appoggiato a bilanciere sulla schiena», Nerio Petris, pagina FB di Te si Veneto se... Parołe de me Mare… https://www.facebook.com/groups/1375349659438510/posts/3593814677591986/  consultata il 5.9.2026. Nella pagina anche la foto, postata da “Nataly Treviso” https://www.facebook.com/groups/1375349659438510/user/100001465018232/ , che mostra la differenza fra bigòl e bìgol.

[15] La registrazione originale da cui sono tratti i primi tre capitoli di questo ebook si trova nella stessa cassetta in cui è presente anche un altro brano relativo all’aratura con i buoi e già pubblicato nell’ebook Dall’aratura con vacche e buoi all’arrivo del trattore nelle campagne di Treviso e Venezia verso la metà del sec. XX. Testo: https://play.google.com/books/reader?id=2rBmEQAAQBAJ&pg=GBS.PA5&hl=it&q=Martin

Audio: https://youtu.be/Yk4D3f38xmU

[16] Nel XIX secolo. Mi riferisco alla lettura degli Atti preparatori del Catasto austriaco, circa 1826, conservati nell’Archivio di Stato di Treviso.

[17] Fra un filare e l’altro.

[18] Gli innesti

[19] I tralci, le talee.

[20] Sgranate.

[21] Registrazione originale nella cassetta 1986/25, lato A.

[22] Il tessitore.

[23] Pantaloni.

[24] Museriòl, pl. museriòi: museruola.

[25] Lo zipolo

[27] La “signorina” o “ballerina” era una diffusissima bomba a mano di origine francese. Nome tecnico: “Excelsior Thévenot P2”. Museo 1914-1945 di Montecchio Maggiore, VI -  https://www.facebook.com/museodelleforzearmate .

[28] “Sipe”: «Bomba a mano difensiva esplosiva a miccia… prodotta dalla Società Italiana Prodotti Esplosivi,  da cui il nome S.I.P.E. Fusione di ghisa dalla classica forma ovoidale fu la bomba più utilizzata dagli italiani durante la Grande Guerra». Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto –  https://catalogo.beniculturali.it/detail/ScientificOrTechnologicalHeritage/0400618280

[29] Un cerchietto.

[30] San Bartolomeo di Breda di Piave.

[31] Un posto in cui non c'era la malaria.

[32] Un’idrovora.

[33] Aratro a versoio.

[34] Letame.

[35] Coltivazione di meloni e angurie.

[36] Concimarle.

[37] Fine giugno.

[38] Date e argomento sarebbero da approfondire; mi limito a riportare le parole del testimone.

[39] Trebbiare.

[40] Mio zio Isidoro.

[41] Tacchino arrosto.

[42] Giorno di mercato, nel capoluogo.

[43] El scarpo: l’apparato mammario di una vacca.

[44] Cespi di rovo.

[45] «Terminata la guerra, nell'autunno del 1923, le autorità diocesane salgono sul Montello e scelgono per la costruzione della chiesa [di Santa Maria d. Vittoria] il Collesel della Val dell'acqua, la cima più alta». https://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedacc.jsp?sercd=64231&sinteticabool=true&pref=cs

[47] «Calciocianamide è un concime minerale azotato a lenta cessione ad attività geosterilizzante e nematocida». https://www.agripiudabenito.com/shop/prodotto/calciocianamide-kg-25/ (anche la foto).

[48] Coàda, covata: ceppo familiare.

[49] Versarla nel tagliere.

[50] Il bucato

[51] Andavano a riposare al pomeriggio.